Quando
giro l'angolo della mia strada, negli occhi si fondono sempre due
immagini: la strada di oggi e quella in cui sono cresciuta, con la
folla dei volti di chi ci ha abitato e adesso non c'è più.
Nella
mia memoria portoni e gradini hanno ancora tutti i loro abitanti; mi
tornano in mente come piccole instantanee, fatte di chiacchiere e
impressioni di bambina, raccolte nei pomeriggi passati a giocare con
le altre bambine del Palesi.
Il
gioco preferito del nostro piccolo gruppo era lanciarsi con la
bicicletta lungo la discesa di asfalto – allora sembrava così pericolosa! -
che dall'ultima arcata del porticato del castello scendeva sulla
piazza. In velocità dovevamo evitare le auto parcheggiate al centro
dello spiazzo – ho imparato, con prudenza, a parcheggiare lì,
appena presa la patente.
Con
le nostre bici e l'ordine di non allontanarci, giravamo lungo un
percorso circolare.
Prima
nella piazzetta, ma lontano dalla porta del “Club”, posto
misterioso, a metà tra un covo di gangster e una bettola da pirati.
Mia nonna è sempre rimasta nel vago sul perchè fosse da evitare e su cosa ci si facesse. E io mi feci l'idea che, oltre a
bere, ci si giocasse d'azzardo e si tenessero loschi traffici. Ho solo una fugace immagine, che non
so se vera o costruita dalla mia immaginazione: la porta si apre
mentre ne esce un signore e io intravedo un bancone, silouhette di
uomini in mezzo a luce fioca e una nuvola di fumo in cui tutto si confonde.
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Dalla
piazzetta, poi, ci fiondavamo verso via Castelvecchio, schivavamo chi
giocava a pallone: si doveva stare attenti a non lanciarlo nel
giardino della villa Leoni. Che poi i Leoni non c'erano più – se
ne stavano a Bologna, mi raccontavano – e io immaginavo il
bellissimo palazzo di città in cui abitavano: pavimenti di marmo a
losanghe bianche e nere, voltoni e alti soffitti. Vignola, diventata
un paesino lontano che avevano dimenticato; così ci pensava
l'Armida, la custode, a rilanciarti la palla. E intanto, con il naso
tra le grate del cancello, aspettando, noi spiavamo il fantastico
giardino con le palme, che d'inverno venivano fasciate di paglia.
Girando
attorno alle case, dovevamo stare attente a non passare in mezzo alle
nonne sedute a chiacchierare sulle loro seggiole impagliate, alcune
di queste così vecchie, che erano state accorciate, perchè le
“gambe” erano ormai smangiate dai tarli e allora si era tolta la
parte ormai corrosa.
Ricordo
ancora la Rina, le sue gambe magrissime sotto le sottane a
fiorellini.
D'inverno
partiva sul suo motorino verde acqua, mettendo fogli di giornale
sotto il cappotto, dopo essersi legata il fazzoletto stretto sotto il
mento.
D'estate
aveva l'abitudine di farsi vento col grembiule, muovendolo su e giù:
ogni tanto afferrava – per sbaglio? - anche il bordo della gonna,
con grande disappunto di mia nonna.
Poi
c'era la Giovanna, che sempre aveva qualcosa di più grande, più
bello, più... la figlia più bella, la nipote più brava, la casa
più bella... E solo col tempo ho assemblato i mugugni a mezza bocca
delle altre, e ricostruito una storia fatta di una figlia rimasta
sola, di un matrimonio mancato, una gravidanza indesiderata e un
padre scappato quando ormai lo davano tutti per preso.
C'era
la Cocca, che tutte tenevano a distanza: senza marito anche lei – e
non perchè vedova – donna dal carattere forte e passato
chiacchierato – ma ogni tanto mi chiedo se tutte le piccole
malignità non fossero invenzioni - non aveva paura di niente,
nemmeno di tirare il collo ad una gallina, a mani nude, seduta su uno
sgabello in mezzo alla contrada.
Quel
giorno noi bambine ci nascondemmo dietro la porta a spiare le sue
braccia bianche, decise, i muscoli che si tendevano e l'agonia della
povera bestia, che ho sentito nella pancia, come un pugno a ogni
stretta.
Dietro
l'angolo della contrada, nella casa in fondo alla via chiusa, stava
la signorina Isadora, dal nome esotico: sempre elegantissima, i
capelli cotonati, insegnava pianoforte. A passettini misurati, la
rivedo passare con la borsetta appesa al braccio, i guanti bianchi,
gli abiti dalle fantasie optical e lucide scarpe di vernice.
Dirimpetto,
la famiglia del colonnello, baffi sale e pepe e cappello ornato di
una piuma, salutava sempre educatamente, ma non dava nessuna
confidenza.
Non
mancavano dispute e rancori nel piccolo mondo della contrada: prima
per i gatti. La figlia di Cocca lasciava cibo per i randagi del
centro, che avevano imparato dove lei posizionasse piattini e
cartocci di cibo. Il fatto che fossero esattamente sotto le finestre
della signora L., precisissima e amante dell'ordine e
della pulizia, non aiutava la pacifica convivenza.
Col
tempo e qualche segnalazione ai vigili, la colonia è stata dispersa,
giusto in tempo perchè inziassero le dispute per il parcheggio –
abusivo – in zona carico-scarico. Una gara a chi arrivava prima e a
chi dovesse spettare il diritto di avere l'auto comoda, sotto le
finestre.
Quando
giravamo l'angolo per tornare sulla piazza, passavamo davanti alla
porta di Clara: aveva capelli rossi, avvitati in fitti
ricci; la pelle bianca risaltava in contrasto al rossetto rosso
acceso, meticolosamente steso sulle sottilissime labbra.
Teneva sempre in braccio il suo barboncino color miele. Indossava abiti attillati, con gonne al ginocchio e non
rinunciava alle scarpe col tacco, anche se le sue gambe erano gonfie
e malferme.
Clara
aveva anche un marito e, a volte, attraverso la “canola”, lo
spazio tra le case, che faceva da cassa di risonanza, arrivavano le
liti e le urla.
Un
giorno, era estate, faceva un gran caldo, sentimmo urla e strepiti e
vedemmo Clara, col cagnolino in braccio, uscire dalla porta di casa
col viso coperto di sangue. Le donne della contrada fecero in fretta
a farci rientrare per poi soccorrerla e aiutarla. Dopo quel giorno,
non vedemmo più ne' lei ne' il marito: la casa rimase vuota e mia
nonna, e le altre signore, non ci hanno mai voluto raccontare cosa
fosse successo davvero.
Noi
abbiamo continuato i nostri giri in bicicletta e abbiamo dimenticato
di chiedere, fino a oggi, quando vorrei completare i ricordi, ma non
è rimasto più nessuno che possa rispondermi.