domenica 2 febbraio 2020

Mamma li cinesi!

Si potrebbe riassumere così l'insieme di commenti, osservazioni, domande, che ho sentito in questi giorni per strada e che ho raccolto durante una conversazione in classe.

Mi sono resa conto, in mezzo al susseguirsi di reportage e bollettini, di avere un nervo scoperto, come dice un'amica che ho conosciuto a Suzhou durante l'espatrio: il “nervo della Cina”. Scatta come una molla e scatena un mix di insofferenza e solidarietà, automaticamente, ad ogni banalità, luogo comune o becera fake news: insofferenza verso i boccaloni che, ad esempio parlano di complotto o di cinesi da fermare col mitra (sic); solidarietà verso la Cina, nella persona dei cinesi. 

Intendiamoci, quando sono partita, ormai sette anni fa, ero di un'ignoranza imbarazzante, inutile nascondersi: quando tentavo di immaginare la mia vita in Cina, automaticamente mi venivano agli occhi immagini di piccole barchette su canali, poi un mix improbabile di risaie e donne con il copricapo di paglia e, in ultimo, il concetto di onore e famiglia veicolato da Mulan. E Mushu, non dimentichiamo Mushu il draghetto.

Ero preoccupata all'idea che non avrei potuto guidare, perdendo la mia autonomia; passavo notti insonni pensando a come avrebbero reagito i figli alla nuova scuola, nuova città, nuova vita; mi dispiaceva lasciare il lavoro e i familiari. In breve: 'na tragedia.

Come è andata non lo racconto qui -ne ho scritto altrove - ma credo si possa intuire.

Faccio alcune considerazioni; anzi, porto alcune perplessità, riguardo ad alcune perle di questi giorni , a partire da quello che ho visto io e ho potuto vivere là.


"Prof., ma per forza si prendono il coronavirus, se lo vanno a cercare con tutti quegli animali che mangiano. Anche vivi!”

Certo che i cinesi mangiano un sacco di animali, esattamente come noi italiani; anzi, noi mangiamo i conigli, cosa per cui i cinesi inorridiscono. Del resto, in Cina, mangiano le tartarughe, cosa che fa inorridire noi. Se poi voliamo in altri paesi, direi che la varietà di esseri viventi che l'homo sapiens è in grado di ingurgitare sia estremamente varia.

Detto questo, però, c'è una pratica, in Cina, cui noi non siamo abituati: i mercati degli animali. Dove si acquistano sia i pesci rossi da mettere in vasca, sia gli animali di cui cibarsi; nei supermercati, poi, è normale che il reparto pesce sia costituito di vasche piene di specie vive. Tu vai, scegli, metti in borsa con un po' di acqua, poi uccidi il tuo pesce a casa. Ci sono anche ristoranti che funzionano così: la prima volta che noi, ignoranti, abbiamo ordinato pesce, ci siamo visti avvicinare un cameriere che ce ne ha mostrato uno, dentro un sacchetto, su cui c'era lo stesso numero del nostro tavolo: dovevamo osservarlo e dire se fosse di nostro gradimento, dopodichè l'avrebbero cucinato.

Dopo aver fatto un giro in un paio di questi mercati, avere visto le condizioni in cui vengono tenuti gli animali, la promiscuità, la pulizia (e dopo aver vissuto, nel 2014, l'influenza aviaria in Cina) non mi stupisco che abbiano pensato di chiudere il mercato del pesce e gli altri mercati, anche se non è ancora certo il punto di origine del virus.



La mamma della mia amica non vuole che andiamo al ristorante cinese a mangiare il sushi”.

E ha ragione: sarebbe come andare in una trattoria, che si fregia di servirti cucina emiliana, per mangiare le orecchiette con le cime di rapa. Son due cose che non c'entrano l'una con l'altra.

Scherzi a parte, innanzitutto gli alimenti vengono acquistati qui, come farebbero a contaminarsi con coronavirus? Secondo punto: il cibo crudo, pesce, uova, carne, è sempre e comunque rischioso. Su questo punto ammetto di essere fanatica e fissata, ma io, irrazionalmente, non mi fido nemmeno del tiramisù, sapendo che non è cotto.

Del sushi taccio; io non mangio neanche la tartare, o la battuta piemontese. Svengo al solo pensiero.

Non ho bisogno del coronavirus per alimentare le mie paranoie.



Pensa, fanno le mascherine proprio a Wuhan, ha detto il telegiornale” (questa l'ho sentita anch'io al tg e, dopo poche ore, queste parole mi sono arrivate all'orecchio mentre aspettavo all'uscita di scuola).

Devo ancora decidere quale esattamente sia il problema; innanzittutto, dato che Wuhan è stata praticamente chiusa, meglio che abbiano una fabbrica di mascherine, dato che devono servire per una popolazione di circa 11 milioni di abitanti. In secondo luogo, ho i miei dubbi che un'unica fabbrica di mascherine riesca a rifornire l'intero mercato mondiale, Italia in primis. A onor del vero, però, non ho potuto fare ricerche sul campo, per cui le mie perplessità sono illazioni.

Un'affermazione certa, senza timore di essere smentita, ma sicuramente confermata da chi, non dico in Cina, ma abbia viaggiato anche in altri Paesi orientali (Giappone, Corea del Sud...) è questa: utilizzare le mascherine, sia contro lo smog (lo fanno ciclisti, motociclisti, ma anche pedoni) sia quando si ha il rafreddore o altre malattie da raffreddamento, è la norma.

I ragazzi vano a scuola con la mascherina, se sono raffeddati; sulla metropolitana, bambini, manager, ragazzi... se serve indossano la mascherina, per educazione e cura verso gli altri. Qui in Italia, anche in classe, quando lo racconto, mi sento dire che sono esagerati.

Per noi è normale starnutire nel fazzoletto; ho scoperto che questo, per un cinese, è orribile. Non capiscono il nostro uso poco igienico, di maneggiare, letteralmente, con le mani, muco e oggetti che lo contengano. Passi, poi, che si getti subito il fazzoletto – cosa comunque consigliata anche dalle recenti norme anti-contagio – ma che lo si ripieghi, se di stoffa, e lo si riutilizzi, suscita lo stesso ribrezzo che sperimentavo io, le prime volte, quando per strada sentivo ruttare senza filtri. Anche ciò che è riprovevole è relativo. Basta uscire dai soliti confini.

(Nota a margine: vivevo in una città di quasi dieci milioni di abitanti, in cui anche i centri commerciali avevano dispenser di liquido disinfettante per le mani - oltre stazioni, ospedali, scuole etc..., e mai una volta che io li abbia trovati vuoti. Sono anni che frequento un certo Ospedale della nostra provincia e devo ancora riuscire a trovare un dispenser pieno. Sarò stata sfortunata e sicuramente i cinesi saranno esagerati.)


"Hanno detto che è un complotto per danneggiare economicamente la Cina, per fermare la sua crescita”.

Sarà; eppure quando il tg ha annunciato che IKEA ha chiuso tutte le sedi cinesi dei suoi negozi, credo che per prima ci abbia rimesso lei. Non credo che abbiamo pienamente idea di che cosa voglia dire fermare le fabbriche per dieci giorni e passa.

Riusciamo a immaginare che, dietro la notizia, ci sono persone come me, con famiglia, figli, stipendio da prendere, vita quotidiana da organizzare?

E qui l'ultima mia perplessità.


Ma tutti questi cinesi che viaggiano e arrivano col Capodanno...” (puntini di sospensione che lasciavano intuire invasione imminente da oltre-Muraglia)

Serve una premessa. In Cina ci sono due periodi di festa che possiamo definire “comandati”: uno, in coincidenza con i festeggiamenti per la nascita della Repubblica Popolare nel 1949, quindi primi di Ottobre; l'altro in coincidenza con il Capodanno lunare, quindi tra fine Gennaio e inizi di Febbraio, ogni anno varia leggermente.

Si lavora e si va a scuola pressochè tutto l'anno, ma in questi due periodi, tutto si ferma. Attenzione, però: solo dopo aver fatto i debiti recuperi. In pratica nella settimana precedente le ferie – e se serve anche quella dopo - si lavora il sabato e la domenica. E si va a scuola. Non credo che noi italiani possiamo davvero capirlo: nelle mie classi, io ho sempre una quota di persone che parte uno o due giorni prima dell'inizio ufficiale delle ferie. Inclusi alcuni colleghi.

E così credo funzioni anche in altri posti di lavoro. Siamo onesti e facciamoci caso: chi deve raggiungere i propri familiari in altre città d'Italia, se può, non parte il 23 dicembre, o il 24. Comprensibile. In Cina non si fa, non si può: i giorni di chiusura si recuperano, sia prima sia dopo. Le partenze, in prossimità di queste feste, sono letteralmente a fiumi. Sono momenti in cui certo i cinesi viaggiano, ma ancora, in buona parte, lo fanno internamente; gli occidentali, quelli sì, ne approfittano per tornare in patria, o fare le ferie in altre località dell'Asia.

Quando ho sentito che sono stati bloccati gli autobus a lunga percorrenza, le metro, i traghetti, sono stati introdotti rigidi controlli – seguiti poi da sospensione voli – e quarantene, proprio nel periodo delle festività, ho pensato sia a quanto deve essere costato al governo ammettere un'emergenza – molti insinuano che la Cina non sia del tutto trasparente sulla realtà dei fatti – sia quanto deve essere costato – e costare tutt'ora – ai semplici cittadini come noi, sottostare all'isolamento, alla chiusura delle scuole, alle limitazioni alla mobilità.

Proviamo a trasportare la medesima situazione qui: 23 dicembre, ore 18 locali, valigia pronta per prendere il volo/treno/bus che vi porterà a casa per le vacanze di Natale, dopo quattro mesi che siete lontani. Puf. Non si parte più. Non si gira più. Non si va a teatro. Non si va al cinema. Ikea chiusa. Starbucks chiuso. Mercato chiuso. Metropolitana chiusa. Niente palestra.

Non ho studiato abbastanza cinese da immaginare gli improperi che, molto onorevolmente sono sicura vengano indirizzati alla sorte, al coronavirus, ai pipistrelli o a chi per essi; però le parolacce italiane che volerebbero in un caso analogo, quelle sì, riesco ad immaginarmele. (Vedi caso dei turisti che per due giorni sono stati trattenuti sulla nave da crociera, per dar tempo di avere gli esiti dei test su due presunti casi di influenza, con corollario di proteste, esasperazioni e polemiche per la limitazione alle loro libertà. CVD).

lunedì 2 dicembre 2019

Dello strutto, di Nureyev e dell'imparare bene le cose.

Vegani e vegetariani devono tenersi alla larga: lo dico prima perchè qualche sensibilità non venga urtata. (Anche quelli che insistono a precisare che “tigelle” è il nome dello stampo e non del cibo, possono esimersi.)
Per il resto, il post è un innocuo pippone, generato tra i fumi dell'impasto delle tigelle, che lievitavano ieri in cucina.
Mentre lavoravo solerte di mattarello e tagliapasta, pensavo al momento magico - e terribile - che intercorre tra l'attimo in cui sollevo il canovaccio sull'impasto e l'attimo in cui stringo la prima manciata, da lavorare sul tagliere. Andrà bene? La lievitazione è finita? Le tigelle saranno buone?
Posso capire a occhi chiusi se tutto è a posto: mi basta ascoltare il rumore impercettibile delle bollicine d'aria che si rompono sotto il mattarello. E, ancor prima, è la setosità dell'impasto a rassicurarmi: non bagnato, anche se devo aggiungere un po' di farina perchè non si attacchi alla superficie del legno, no: proprio l'umida setosità, viscosa e ricca che viene dalla parte di strutto che aggiungo, seguendo ligia la ricetta, è il miglior indizio del fatto che, ancora una volta, il miracolo della tigella si è compiuto e saranno leggermente croccanti fuori, una volta cotte.
Abituata a libri, carta, penna, studio e cervello, mi dimentico che sapere e saper fare passano attraverso tutti i canali di cui siamo dotati: c'è una memoria della mente, ma anche una delle mani, del naso, delle oreccchie (c'è chi ha scritto molto meglio e molto più dottamente su questo).
Ci è voluto del tempo, per arrivare a questo punto di consapevolezza e di “bravura” (diciamo che, mediamente, le tigelle mi vengono bene e, se fossimo a scuola, potrei prendere un otto?) e ci sono stati inciampi e goffaggini iniziali. Ho ricevuto una ricetta, che ho seguito passo passo, tenendola appesa al frigorifero anche quando la sapevo a memoria. E, nonostante questo, una volta ho dimenticato di aggiungere il lievito e me ne sono accorta solo dopo un'ora di “lievitazione”.
Le ho stese troppo sottili (e sono diventate dure, cuocendo), ma anche troppo alte (per paura di stenderle di nuovo troppo sottili). Insistere, sbagliare, riprovare. Riuscire. Non si scappa. C'è una quota di fatica – che può anche essere sana e soddisfacente – per ogni traguarado che si raggiunge.
Quando penso a cosa vorrei che passasse a scuola, ultimamente, penso a questo. Mi sento circondata dalla paura, dettata dallo sbagliatissimo convincimento che tutto deve arrivare al volo, subito, altrimenti c'è un problema; tutto, subito e senza sforzi.
Anzi, addirittura senza passare per certe tappe considerate ormai sorpassate e inutili. Come se una ballerina potesse danzare sulle punte, facendo piroette, senza prima passare per ore interminabili alla sbarra.
Come se un pianista potesse, di getto, suonare un Notturno di Chopin, senza imparare scale e arpeggi - e senza provare e riprovare fino a quando le sue dita non possono scorrere, automaticamente, sulla tastiera.
Ho la sensazione che, anche nel leggere e nello scrivere, nello studio – diciamola tutta, nella scuola - ci si aspettino gli esiti di un Nureyev, dimenticando sudore e fatica. Anzi, se dici che le cose sono difficili, anche noiose, a volte, ma anche le cose noiose servono per il risultato finale, guai, perchè tutto deve passare attraverso il piacere. Il fascino. L'amore.
Ma questa è un'altra riflessione.
Ecco, tra i fumi del lievito di birra, io vorrei fare di una tigella ben lievitata una metafora dell'imparare bene: ci vuole pazienza, prove ed errori, un po' di perseveranza e qualche ciofeca – di cui magari anche vergognarsi un po' – ma che ti spinga a dire “Adesso ti faccio vedere io...” e rimboccarsi le maniche per fare un altro impasto, e un altro, fino a quando le bollicine e lo strutto non si sposino alla perfezione. Tutto – si fa per dire – qui.

martedì 26 novembre 2019

Di aragoste e minestroni di letture

"Considera l'aragosta" è il primo libro di David Foster Wallace che leggo e sono rimasta spaesata di fronte alle note lunghissime, a volte quasi capitoletti aggiuntivi rispetto il testo principale.
In alcuni casi ho avuto l'impressione che proprio qui si dicessero le cose più importanti; come
sbirciare dal buco della serratura, su invito dello scrittore, per poter guardare più a fondo, più da vicino.
Anche grazie alle note ho capito perchè, per tutta la lettura, ho sentito come un dolore sordo, amichevole, ma disturbante e minaccioso allo stesso tempo: un cerchio stringente alla testa, rintronata da voci che parlavano tutte assieme.
Almeno in questo libro le numerose domande e risposte e contro-domande e contro-risposte sono la voce caratteristica di DFW; le riflessioni minuziose e lenticolari, sfociano sempre in un dubbio, in una ulteriore domanda, o alla domanda definitiva, di cui sappiamo non ci piacerà la risposta. E, leggendo, non ho potuto fare a meno di sentire altre letture e altre voci.

Non ho studiato a fondo la biografia di DFW e non so se abbia letto Pirandello e Svevo: forse sì, essendo un autore di grande cultura; forse no, non credo siano parte integrante dei piani di studio nelle scuole statunitensi.
Gli sarebbero piaciuti? - mi domando -  O si offenderebbe nell'essere associato a loro?
I passi che mi hanno portato ad avvicinare questi tre improbabili “amici”, sono stati automatici e poco ragionati, e non so se riuscirò a spiegarli e ricostruirli.
I due autori che ho citato riflettono, nei loro scritti, su ciò che intendano per vita, pazzia, salute, in un modo che, per la loro epoca, era nuovissimo e, almeno in Italia, inedito.
Sono io o sono qualcosa di diverso a seconda dello sguardo degli altri? E ancora: sono io ad essere pazzo/malato o sono gli altri che mi vedono così? O meglio: la mia pazzia e la tua salute sono interscambiabili, basta che cambi il punto di vista e io sono sano e tu sei matto. In sottotraccia, quando si leggono questi scrittori, si avverte un sorriso – mesto o sornione a seconda dei casi – che lascia intendere che, pazzo o malato che tu sia, in qualche modo hai raggiunto l'essenza delle cose. E, per converso, si lascia intuire come i “sani” - che sono fondamentalmente coloro che non si pongono domande – in realtà siano vuoti e faciloni.

In Svevo si avverte benissimo nelle parole con cui descrive la “salute” della moglie:
Nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata... Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti; il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa e io ve l'accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l'immagine del dolore e della morte. Per lei non c'era... C'erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana... Poi v'erano i medici... Io ne usavo ogni giorno, di quell'autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino, quando la malattia mortale mi avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza. 
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia.”.

Porsi le domande, e darsi le risposte, è un punto cruciale in DFW; a volte il vortice dei quesiti può letteralmente paralizzare, come quando si gioca a tennis. E' per questo, probabilmente – secondo DFW - che noi schiappe siamo diversi dai grandi campioni: essi non pensano, ma giocano con un istinto infallibile, isolando qualunque voce interiore, anche nelle situazioni più stressanti, quando si rischia il tutto per tutto.
Oppure le domande possono essere subdole e insistenti, come quando ci si interroga sull'onestà di intenti e autenticità di un candidato alle elezioni presidenziali, col dubbio che di autentico e onesto, in fondo, non ci sia nulla, rischiando di rimanere bloccati al momento del voto. O peggio, lasciando perdere e non votando.

Insomma, non ho potuto fare a meno di sentire la voce di Pirandello, quando dice:
...bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad una macchina fotografica. Lei si atteggia. E atteggiarsi è come diventare una statua per un momento. Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire.

Non c'è alternativa: o ci si interroga, e si “muore”; o si vive, e non ci si interroga.
In DFW, allegre e poste con piglio di volta in volta ironico, sarcastico, graffiante, desolato o malinconico, ci sono diverse domande e, in un angolino, la percezione che chi le pone sospetti, o peggio, veda chiaramente, la menzogna, l'imbroglio, o semplicemente la terrena pochezza dell'individuo.
Quando lo scrittore si trova tra attempate signore, che guardano sgomente la cronaca dell'attentato alle torri gemelle, o quando vaga tra gli stand del festival delle aragoste, si avverte potente il senso di estraneità (forse, in qualche momento, di vero e proprio ribrezzo) verso gli esseri umani che ha intorno. Tanto più estranei, perchè nel suo riflettere incessante e acuto e impietoso, DFW sa che sono simili a lui. Solo che mentre gli altri, apparentemente, riescono a sopravvivere all'idea che un'aragosta venga bollita viva, o all'idea che un politico possa mentirti per il proprio tornaconto, si intuisce che lui fa un'enorme fatica, solo a malapena mascherata dall'umorismo, che tanto rende piacevole la lettura.

domenica 7 luglio 2019

Corinna

I ricordi si legano ad alcuni oggetti, attorno ai quali, negli anni, si sono raccolte le storie che compongono la tua vita. 
Non ho potuto sentirle da te: sei scomparsa quando avevo tre anni; mi sono state riportate da altri e l'immagine che mi restituiscono è frammentaria, forse anche inesatta, perchè dove non arrivano i racconti, si è insinuata la mia immaginazione.
Col tempo, poi, crescendo, passando attraverso le stesse esperienze che, in parte, sono state tue – come di tante donne - i figli, la famiglia, un marito, il lavoro... ho cominciato a fare raffronti, a trovare similitudini e differenze, a volte a trarre conforto e insegnamento. Ma forse tu non saresti d'accordo, chissà, o forse su certe storie avresti taciuto, per concentrarti su altre che nessuno mi racconterà.
Il primo oggetto è una fotografia.
Alle spalle uno sfondo carta da zucchero, girata di tre quarti, su un grande cuscino quadrato, bianco, sta seduta una bambina, lei stessa tutta vestita di lana bianca;
 le calzette traforate stringono due gambotte paffute, con le belle pieghe – che i vecchi chiamano “braccialetti”, ma altro non sono che sano grasso infantile - a indicare una bimba in piena salute.
Occhi rotondi verde-marrone guardano l'obiettivo, un po' tristi; i capelli ondulati, castani, fini e morbidi come solo i capelli dei bambini possono essere.
Quei riccioli curvi, pettinati insistentemente – immagino con gesti nervosi - fino all'ultimo, perchè prendessero la giusta voluta, fino a far perdere la pazienza al fotografo che avrebbe detto un “Adesso basta, signora!” molto esasperato – preoccupato che io potessi agitarmi prima ancora di cominciare a scattare.
Così mi è stato raccontato; ci tenevi in modo particolare a quella fotografia, di me piccola; l'avevi voluta assolutamente, curando ogni dettaglio – abito, pettinatura, le scarpette di morbida pelle bianca, impunturate, coi lacci, anche loro accomodati in perfetta simmetria; e poi il fotografo, uno dei più bravi, allora, con uno studio vero, con lo sfondo, le luci, la poltrona di vimini...
Corinna era tanto buona, tanto, ma quando decideva qualcosa – quando teneva a qualcosa o a qualcuno – non sentiva ragioni e andava per la sua strada, mi dicevano: diventavi ostinata e dura.
Così mi raccontavano; ed immagino che tu abbia bellamente ignorato la stizza e l'impazienza del fotografo, per continuare nei tuoi ritocchi fino all'effetto voluto, cristallizzato nello scatto che ho sotto gli occhi: i colori fanno sì che l'immagine non abbia quella perfezione fiabesca e senza tempo dei ritratti di bambini, quelli in bianco e nero, che fanno venire in mente epoche felici e lontanissime, in cui tutto è lindo e ancora intonso. Ancora da avverarsi.
Mi dice, però, l'affetto che nutrivi per me, manifestato con quelle cure minute, d'altri tempi, dedicate a tanti particolari che io, nell'epoca delle foto digitali e dei telefoni, non ho certo speso per le immagini dei miei figli.
Loro avranno tantissimi scatti – sempre che nella corsa che sono le nostre giornate, non ci si dimentichi di salvare i tanti bit stivati nelle varie memorie – di certo naturali, spontanei, numerosissimi; tu hai cercato di creare il momento perfetto, di ritrarre al meglio l'amata nipote, sapendo che quell'istante di infanzia, bianca e stupenda, è un soffio; e catturarlo per sempre val bene far arrabbiare un fotografo, perchè avevi solo uno scatto e non poteva che esser perfetto... (continua)

giovedì 27 dicembre 2018

Il banco dei pegni

Cammino sotto i portici; il buio è sceso presto, complice anche la sottile nebbiolina. Lo spesso cappotto di panno, con il collo di pelliccia, fatica a tenere lontana l'umidità, che serpeggia tenace fino al midollo. Il bastone – oggi ho scelto il mio preferito, con un semplice pomo in legno intagliato, a rappresentare il bel muso di un levriero – scandisce il passo, non più elastico come un tempo.

Ho sempre temuto il freddo; ora più che mai, ma ho l'attenuante dell'età.
Mi viene in mente quando, ormai molti anni fa, rabbrividivo nella mia stanzetta da studente universitario, mentre cercavo di concentrarmi sui testi di legge, scaldandomi al lume della mia determinazione e ambizione.
Inutile ricamarci sopra – mi vien da sorridere, ora – non sono mai stato fisicamente forte e spendevo patrimoni in carbone, per sconfiggere il clima della città di****, in cui i miei mi stavano facendo studiare a prezzo di grandi sacrifici.
Ero abile a scrivere, però; le mie lettere a casa erano capolavori di rassicurazioni e aneddoti divertenti sui professori e i compagni di corso; riuscivo a tacere dei pasti saltati e dei debiti che stavo contraendo. E andavo avanti.

Era da tanto che non andavo col pensiero a quegli anni; ho cercato di dimenticarli, man mano che la mia professione mi aiutava a risalire i gradini della società; man mano che la mia fortuna mi apriva, una dopo l'altra, le porte dei salotti che, all'inizio, sbirciavo dalla strada – luci perlate dietro i pesanti tendaggi, guizzi di silohouette danzanti fino alle ore più tarde...
Più mi addentravo nei segreti di famiglie ricche da generazioni, più relegavo il mio passato in un luogo remoto della memoria; solo le occasionali visite ai miei – ora ero io a mantenerli, senza sacrifici - mi tenevano ancora debolmente legato al Whilelm che aveva faticato e penato per rendere orgogliosi i suoi genitori. Il più del tempo, per non vergognarmi di loro, li cancellavo dai miei pensieri.


Mentre cammino, controllo le insegne; ormai mi sono inoltrato nelle strette vie dei rigattieri e antiquari della città. Dovrei essere quasi arrivato.
Passo davanti ad un negozio, polveroso e buio. L'insegna sbiadita mi sembra familiare.
“Tauschmann – Banco dei pegni”.
Avevo smesso di frequentare questo negozio quando, finalmente, avevo cominciato a guadagnare abbastanza regolarmente; non ero ancora il più affermato e fidato notaio della città, ma un promettente giovane assistente, con una modesta rendita. Non avevo, tuttavia, più bisogno di impegnare i miei pochi oggetti di valore; anzi, avevo cominciato a riscattarli. Ricordo ora che l'ultimo rimasto era il mio orologio da tasca, regalo dei miei prima della partenza per l'università.
E ricordo il giorno in cui andai per riprenderlo: il sollievo, la soddisfazione di chiudere un capitolo.


Come sempre, entrando, rimasi incantato dalla moltitudine di oggetti che il signor Tauschmann rilevava, vendendo quelli che i legittimi proprietari non potevano più reclamare. Mi sembrava sempre di entrare in un luogo popolato di fantasmi, ombre silenziose legate ad un bracciale, un bel fucile da caccia, o un prezioso merletto; ogni oggetto – immaginavo – aveva una sua storia, diversa, eppure simile nella trama: fatta di speranze tradite, di illusioni che erano andate lentamente alla deriva, fino a toccare l'ultima sponda del banco dei pegni. L'eco di nuove speranze – o brevi e ingenui sogni, chi lo sa- vibrava nel pulviscolo sospeso su un cuscino o dentro una piccola teca di vetro, lasciati vuoti.
Un apparecchio particolare catturò la mia attenzione; di certo era lì da molto, ma non so perchè non ci avessi mai fatto caso. A prima vista un orologio da tavolo, di ottima fattura, con la cassa cilindrica abilmente incisa ad arabeschi e strani caratteri, come i geroglifici, che tanto mi affascinavano al museo.
Mi avvicinai, per studiarla meglio; quello che avevo scambiato per un orologio, aveva sì il quadrante, ma senza ore o lancette. Al loro posto, in corrispondenza dei quarti d'ora, quattro etichette, che recitavano: “Nulla” “Più del dovuto” “Quanto basta” “Senza prezzo”; al di sotto una sorta di tastiera: numeri e lettere. Sul fianco una leva.
Mentre fissavo quello strano oggetto, cercando di capirne l'utilizzo e il funzionamento, arrivò sollecito il signor Tauschmann; aveva già in mano il mio orologio, pronto a restituirmelo.
“Vedo che ha notato il mio Contatore. E' un macchinario, lasciato da un abilissimo contabile, che sosteneva, con esso, di riuscire a dare un valore ad ogni cosa, tangibile e no. Non ha voluto niente in cambio, solo la promessa che l'avrei tenuto esposto senza mai venderlo. Posso usarlo, però, quando qualcuno dubita che gli offra una cifra congrua e dimostrare, così, la mia onestà. E finora mi ha servito bene”.
Io scoppiai a ridere, ma in realtà mi affascinava questo concetto, perchè conti e somme erano il mio modo di essere; una tensione continua a valutare, soppesare, scegliere e agire, per mettere a frutto ogni mio sforzo, ogni mia risorsa, proteso in modo spasmodico alla realizzazione dei miei progetti.
Non mi conoscevo così bene, allora; questa descrizione è frutto della consapevolezza, venuta col tempo e la solitudine; allora, nel fragore della giovinezza e dell'ambizione risposi che sicuramente era un genio di contabile e che un macchinario così mi avrebbe fatto davvero comodo; anzi, all'improvviso decisi - sentii - di volerlo. Non credevo che funzionasse davvero, eppure non volevo andarmene dalla bottega senza quell'oggetto.
Il signor Tauschmann mi ribadì che non era in vendita, parlando confusamente di abilità, illusioni e malasorte, ma io insitetti così tanto, sfoderando tutte le mie doti oratorie, che alla fine – non senza aver ceduto anche il mio orologio – uscii dal negozio con il Contatore. Ricordo che mentre pagavo, sentivo lo sguardo del signor Tauschmann fisso su di me: una strana concentrazione lo rendeva silenzioso. Cercai di rompere quel silenzio con una battuta:
“Di certo i miei non l'avrebbero comperato, questo orologio, se avessero saputo la sua fine!”.
“Di certo molta vita sarebbe andata sprecata” fu l'unica, assurda, risposta che ricevetti.
La soddisfazione di averla spuntata sul rigattiere cancellò ben presto quelle impressioni; portai a casa il Contatore e lo misi nel mio piccolo studio.
Confesso che, per molti mesi, lo lasciai a ricoprirsi di polvere; non provai nemmeno a vedere se funzionasse; semplicemente mi accontentavo di ammirarne i decori e la particolare forma, raccontando aneddoti inventati di sana pianta agli amici che me ne chiedevano la natura e la provenienza.

I mesi passarono e mi trovai alle prese con un'esperienza che non avevo preventivato: mi innamorai. La frequentazione di cene, teatro e ricevimenti mi aveva già da tempo permesso di avvicinarmi alla compagnia femminile; la goffaggine che mi aveva afflitto da studente, consapevole dei miei scarsi mezzi, a trent'anni aveva ceduto il passo ad una guardinga riservatezza. Sapevo conversare e fare amabili e galanti complimenti, senza mai creare aspettative matrimoniali.
Tutto questo finì quando incontrai Helena Wunsch, figlia di un ricco banchiere che mi aveva affidato alcune pratiche spinose. Questo stesso aggettivo si poteva applicare alla sua unica figlia , dal carattere deciso e poco malleabile; il suo aspetto non suggeriva immediatamente romantici pensieri, dal momento che questa giovane donna, alta, sottile, ma non fragile, si muoveva decisa, conservando in salotto lo stesso passo energico con cui percorreva i sentieri tra i boschi fuori città, tenendo il ritmo dei compagni di escursione. Creava distanza e intimoriva con la espressione sincera delle sue idee e dava l'impressione di non curarsi del fatto che i giovani uomini che il padre continuava a mettere sul suo cammino, nel breve volgere di una stagione si dileguavano, senza avanzare nessuna proposta.
Quando mi fu presentata la prima volta, la sua stretta di mano, calda, ma non arrendevole, mi colpì; passammo una piacevole serata conversando e ottenni il permesso di farle visita anche in seguito.
Sinceramente non so dire, oggi, nel dettaglio, cosa io abbia visto di diverso e così seducente in lei; ricordo però, perfettamente, il senso di totale appartenenza, il dialogo continuo che, fossi a casa o al lavoro, continuavo nella mia mente fino all'incontro successivo. Il tempo aveva preso uno scorrere diverso: c'era il tempo con Helena e, lontano da lei, una palude grigia in cui mi muovevo nella semplice attesa di rivederla. La sua apparente freddezza, avevo scoperto essere la naturale riservatezza di una donna dal ricco patrimonio che, prima di concedere fiducia, voleva accertarsi delle intenzioni di chi le stava di fronte. Negli anni aveva perfezionato un instinto sicuro, in grado di individuare i cacciatori di dote; e aveva escogitato un elegante metodo per scoraggiarli in partenza. Come un'impervia montagna deve essere affrontata da scalatori decisi ed esperti, che desiderano arrivare in vetta, così chi si accostava ad Helena, e desiderava conoscerla veramente, non poteva farlo in modo superficiale, né lasciare al primo ostacolo. E io ero abituato agli ostacoli e alla tenacia che richiedono.


Una sera di maggio, seduto nel mio studio, ascoltavo i rumori della strada che salivano attraverso le finestre aperte; guardavo le tende muoversi lentamente e i miei pensieri oscillavano allo stesso ritmo: sì, no, è tempo, è troppo presto...

Cercavo di trovare il coraggio per presentare, l'indomani, la mia proposta di matrimonio. L'esaltazione si alternava al dubbio di incontrare ostacoli inaspettati; mi cadde l'occhio sul Contatore e, un po' per scherzo e un po' per disperazione – avrei voluto che qualcuno mi consigliasse o mi rassicurasse – scrissi il nome di Helena sulla tastiera, abbassai la leva e rimasi a guardare i meccanismi che si spostavano tra ronzii e ticchettii.
Sotto i miei occhi le lancette si mossero e si posizionarono decise sul quadrante “Più del dovuto”.
Cosa aveva detto il signor Tauschmann? Che la macchina era in grado di attribuire l'esatto valore di un oggetto, quindi Helena valeva “Più del dovuto”? E cosa significava?
Infastidito dal mio momento di debolezza e da questo enigma, cui mio malgrado avrei voluto dare soluzione, andai a dormire e, il giorno dopo, mi presentai a casa Wunsch.
Ero così certo di non essere un partito disprezzabile, che le domande minuziose del padre di Helena sulla mia situazione finanziaria e la freddezza, in generale, con cui mi accolse, mi innervosirono. Alla fine ebbi la sua benedizione, ma con una serie di richieste e imposizioni riguardo ai tempi e ai modi del fidanzamento, che la gioia ne fu offuscata.
Quando parlai ad Helena, la mia insofferenza aumentò; ritrosia e lealtà la portarono a difendere il padre, chiedendomi di pazientare e comprenderlo. Il nostro fidanzamento, dunque, iniziò e con esso il preparativi per le nozze.


“Più del dovuto”.
Continuavano, queste parole, ad echeggiarmi in testa e , ogni volta che un piccolo screzio, o una richiesta del signor Wunsch mi urtavano, mi tornavano in mente, facendomi dubitare che valesse la pena sacrificare la tranquilla routine da scapolo, per cosa? Per questa passione non ancora vissuta pienamente e che stava già agonizzando nelle piccole meschinità pratiche di dote, mobilio, servitù, rendita...?
Nel frattempo il lavoro si stava facendo sempre più impegnativo e il mio stato d'animo, teso e inquieto, mi aveva fatto abbandonare il tranquillo distacco per cui ero diventato famoso. Anzi, qualche risposta pungente mi aveva costretto a scuse e salamelecchi, per evitare che un esigente conte e un attempato finanziere mi dessero il benservito.
Proprio al termine di un estenuante incontro con uno dei due signori, mi recai ad una serata a casa della mia fidanzata; cercai di recuperare l'autocontrollo, immaginando il colore delle sue guance, tinte d'albicocca alla luce delle candele; il tepore della sua mano, che si sarebbe percepito attraverso il guanto, mentre avremmo conversato sul canapè, in salotto, davanti al camino. Più di tutto mi animava la consapevolezza che, presto, prestissimo – appena un mese - ci saremmo sposati.
Quando venni introdotto in casa, sentii un'atmosfera tesa e sofferente; gli altri ospiti non erano ancora arrivati e fui fatto accomodare nella sala da fumo, dove già vi era il padrone di casa. Il signor Wunsch – cosa insolita visto l'orario - contemplava in silenzio le sfumature d'ambra di un liquore nel bicchiere.
Senza alzare lo sguardo, mi comunicò in modo asciutto che il nostro matrimonio avrebbe dovuto subire un ritardo di tre mesi, poiché egli era in partenza: era entrato in parteci pazione nella gestione di una miniera nella regione di *** ed era necessaria la supervisione nelle prima fasi di avvio dell'attività. Solo tre mesi, mi disse, poi al suo rientro, con il patrimonio ancora più saldo, avrebbe dato in moglie la figlia, al cui matrimonio non poteva mancare. Avrei certamente capito, concluse.

In realtà non capii; mi rifiutai di capire. Stordito, offeso e incredulo parlai con Helena, convinto di trovarla altrettanto incredula e desiderosa di opporsi a questa richiesta. Mi sbagliavo. E quando le posi un ultimatum – avevamo aspettato “Più del dovuto”. Avevamo concesso “Più del dovuto”, le ripetevo adirato – lei non esitò e mi congedò.
Nello stordimento dei primi giorni, provai anche una sottile soddisfazione. Se, alla fine, non era stata disposta a scegliere me, allora, forse, avevo fatto bene; perchè insistere e attendere chi, dopotutto, non mi aveva dato fiducia? Forse la macchina davvero era in grado di valutare l'esatto valore anche di una cosa così effimera e inafferrabile come un amore. Certo che ne era in grado, mi dissi; quei mesi in cui avevo cercato in tutti i modi di adeguarmi alle richieste dei Wunsch erano davvero costati
“Più del dovuto” e tagliare i ponti era stata la cosa migliore.
Da quel giorno - e nessuno lo ha mai saputo - mi sono rivolto al Contatore per ogni scelta che dovessi fare; e confesso che molte occasioni le ho lasciate perdere, perchè non ero disposto a rischiare di nuovo “Più del dovuto”.
Mi sono meticolosamente attenuto solo a ciò che veniva classificato con “Nulla”, o “Quanto basta”; il che, nei miei rapporti con gli altri, si è tradotto in una serie di brevi e vuote avventure, in cui non ho mai investito altro che la superficie della mia anima.
Ora, che ho risparmiato fino alla fine, guadagnato fino all'inverosimile, ora che sono circondato di begli oggetti e so sempre esattamente che cosa mi si chiede in cambio di un sorriso o di un po' di calore, sento sempre più spesso un freddo che nasce dal centro delle mie ossa e nessuna pelliccia è in grado di scacciare.

Oggi – è anche il giorno del mio cinquantesimo compleanno – queste sensazioni sono un po' più forti, insistenti. Mi sento stanco e nemmeno il pensiero della cena che mi aspetta nel tepore del club, mi alletta.
In questo stato d'animo uggioso e svogliato, del tutto inaspettatamente, nel pomeriggio – ho rivisto Helena; stava uscendo da un negozio di cappelli. Con lo sguardo abbassato mentre si sistemava i guanti non mi ha visto.
Dalla rottura del nostro fidanzamento avevo tagliato qualsiasi contatto e avevo fatto in modo di non venire a sapere nulla di ciò che le accadeva. Avevo, ovviamente, chiuso anche i rapporti lavorativi col padre.
Non so cosa mi abbia spinto a parlarle; forse la sensazione di essere ormai oltre ogni rimpianto e sicuro delle scelte fatte; lei mi ha salutato gentilmente, con le guance appena arrossate dalla chiara emozione di rivederci dopo tanto tempo e nessuna riconciliazione. Abbiamo camminato per un poco, risalendo lentamente la via; le ho chiesto notizie sue e del padre.
Mi ha riferito che, rientrato dal viaggio dopo i tre mesi stabiliti, si era gravemente ammalato e lei aveva passato tutto il tempo della lunga malattia ad accudirlo. Erano terminate le serate danzanti e, dopo la sua morte, lei non aveva più voluto riprendere la vita mondana. Viveva ancora nella stessa casa, sola. “Ho esitato più del dovuto, quando è stato il momento, con te. Dopo, quando lui se ne è andato, non era possibile tornare indietro. Ed eccomi qui, non c'è molto da aggiungere”. Eccolo, di nuovo, intatto, il suo modo di parlare e dire le cose: decisa, eppure tremante; onesta e senza lusinghe. I suoi occhi mi fissavano, in attesa della mia replica.
Mentre parlava sentivo una strana oppressione al petto e faticavo a tenere regolare il ritmo del respiro; non capivo il perchè di quel malessere e mi imbarazzava non riuscire ad aprire bocca. Non so come io abbia concluso la conversazione e come mi sia congedato. Ho farfugliato poche frasi di circostanza e, vigliaccamente, sono salito sulla prima carrozza di piazza che mi è passata a fianco.
Nel chiuso dell'abitacolo mi sono strofinato gli occhi; pungevano e sui guanti di capretto è rimasto il segno di qualche lacrima. Vecchio imbecille, che un tempo era stato giovane e imbecille.
Troppi pensieri insieme mi si affollavano in testa; respiravo forte, come dopo una corsa: le etichette, il contatore, l'insofferenza, la stupida certezza di essere nel giusto; e poi il signor Tauschmann e le sue frasi sconnesse, la mia tronfia soddisfazione: tutto si è ricomposto e chiarito.
Se anche mi era stato richiesto “più del dovuto”, che importava? La giusta domanda non era mai stata “Quanto vale?” - questo amore, questo affare, questa amicizia, questo... Qualcosa – ma “Quanto sei disposto a pagare?”.
Il tempo dell'attesa e della fatica, forse anche dell'insofferenza e dell'incertezza, capivo ora, facevano parte di un disegno più grande e non avevo avuto la pazienza di portarlo a termine.
In cambio ne avevo avuto una vita pulita, sicura, senza sprechi: una bella stanza vuota, da cui contemplare il vuoto del mio passato.
Io, che mi compiacevo di aver indovinato con una arguta metafora, fatta di vette e passi di montagna, la natura di Helena, avevo fatto la fine di tutti gli sprovveduti che, prima di me, avevano rinunciato: semplicemente avevo camminato un po' più a lungo, rinunciato un po' più tardi.
Avevo scelto un sentiero semplice e piano; solo gli stupidi lo fanno. Solo gli stolti credono ad un cartellino col prezzo e regolano il passo su di esso. E tra tutti, io ero il più misero, perchè per anni avevo vissuto compiacendomi di tutto ciò.


E' stato per placare questo pensare furioso e sconsolato, che sono uscito di nuovo a camminare. Rientrato a casa, dopo l'incontro con Helena, infatti, ho provato a sedermi alla scrivania; ho fumato un sigaro tentando di concentrarmi sui codicilli di un testamento che avrebbe dovuto essere pronto per l'indomani.
Lo sguardo, però, andava continuamente al Contatore, e mi è presa una smania incontenibile.
E ora sono qui, davanti al negozio “Tauschmann – banco dei pegni”; incredibilmente è ancora in attività e, nonostante l'ora tarda, aperto.
Entro nella familiare penombra zeppa di oggetti, ma non guardo nulla: non ho più voglia di fantasticare sulle speranze e le storie degli altri.
Appoggio con un tonfo secco il Contatore sul banco e il rumore fa accorrere dal retrobottega il proprietario. E' solo leggermente più grigio e più curvo, ma non sembra cambiato. Mi guarda interrogativo e quando capisce cosa voglio, scuote la testa; nei suoi occhi un'ombra di sorriso.
Probabilmente lo diverte la mia aria tormentata, l'evidente agitazione.
“Ho cercato di dissuaderla, anni fa, ma non era possibile, vero? L'unico modo era passarci di persona. E adesso ha capito. Lo lasci pure a me. Ovviamente non c'è nulla che possa darle in cambio. Ciò che non ha vissuto non può tornare.”.
Mentre lo ascolto non ho neppure la forza di arrabbiarmi; lo guardo sistemare il Contatore nella stessa teca in cui lo vidi la prima volta. Le parole del signor Tauschmann si mescolano alle frasi di Helena, che non riesco a ricordare.
Eppure sarebbe importante, perchè sono un'eco di qualcosa che ho già sentito.
Lo sguardo si ferma per l'ultima volta sul marchingegno: “Più del dovuto”. Ecco, proprio così aveva detto anche lei.
Per un attimo sono tentato di bloccare il signor Tauschmann, di constringerlo a muovere le leve per me, per un'ultima domanda, un'ultima conferma. Poi mi rendo conto che non ne ho bisogno. Ho tutto quello che mi serve per fare le mie valutazioni, i miei conteggi e tirare le mie somme.
Mi avvio alla porta e mi incammino sotto i portici; il bastone scandisce il passo, lento e sicuro, sulla strada che porta a casa Wunsch.