Trovato su Facebook. Non ho saputo resistere...
1) "Possessione. Una storia romantica" di Antonia S. Byatt
2) "Cuore" di Edmondo De Amicis
3) Nessuno
4) L'estate scorsa: "Bernardo e l'angelo nero" di Fabrizio Silei, "Pet Sematary"di Stephen King, "Ubik" di Philip K. Dick, "Gli androidi sognano pecore elettriche'" di Philip K. Dick
5) "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco
6) Solo due: "Il nome della rosa", di Umberto Eco
7) "Il mito di Sisifo" di Albert Camus
8) Nessuno. Tutti tornati alla base.
9) Quello che sto leggendo in quel momento.
10) ?
11) Nessun tentativo disperato. Qualche scribacchiamento sparso
12) "La peste" di Albert Camus, "L'opera al nero" di Marguerite Yourcenair, "Il medico di corte" di Per Olov Enquist, "L'arte di essere fragili" di Alessandro D'Avenia
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domenica 1 marzo 2020
domenica 2 febbraio 2020
Mamma li cinesi!
Si
potrebbe riassumere così l'insieme di commenti, osservazioni,
domande, che ho sentito in questi giorni per strada e che ho raccolto
durante una conversazione in classe.
Mi
sono resa conto, in mezzo al susseguirsi di reportage e bollettini,
di avere un nervo scoperto, come dice un'amica che ho conosciuto a
Suzhou durante l'espatrio: il “nervo della Cina”. Scatta come una
molla e scatena un mix di insofferenza e solidarietà,
automaticamente, ad ogni banalità, luogo comune o becera fake news:
insofferenza verso i boccaloni che, ad esempio parlano di complotto o
di cinesi da fermare col mitra (sic); solidarietà verso la Cina,
nella persona dei cinesi.
Intendiamoci,
quando sono partita, ormai sette anni fa, ero di un'ignoranza
imbarazzante, inutile nascondersi: quando tentavo di immaginare la
mia vita in Cina, automaticamente mi venivano agli occhi immagini di
piccole barchette su canali, poi un mix improbabile di risaie e donne
con il copricapo di paglia e, in ultimo, il concetto di onore e
famiglia veicolato da Mulan. E Mushu, non dimentichiamo Mushu il
draghetto.
Ero
preoccupata all'idea che non avrei potuto guidare, perdendo la mia
autonomia; passavo notti insonni pensando a come avrebbero reagito i
figli alla nuova scuola, nuova città, nuova vita; mi dispiaceva
lasciare il lavoro e i familiari. In breve: 'na tragedia.
Come
è andata non lo racconto qui -ne ho scritto altrove - ma credo si
possa intuire.
Faccio
alcune considerazioni; anzi, porto alcune perplessità, riguardo ad
alcune perle di questi giorni , a partire da quello che ho visto io e
ho potuto vivere là.
"Prof., ma per forza si prendono il coronavirus, se lo vanno a cercare con tutti quegli animali che mangiano. Anche vivi!”
Certo
che i cinesi mangiano un sacco di animali, esattamente come noi
italiani; anzi, noi mangiamo i conigli, cosa per cui i cinesi
inorridiscono. Del resto, in Cina, mangiano le tartarughe, cosa che
fa inorridire noi. Se poi voliamo in altri paesi, direi che la
varietà di esseri viventi che l'homo sapiens è in grado di
ingurgitare sia estremamente varia.
Detto
questo, però, c'è una pratica, in Cina, cui noi non siamo abituati:
i mercati degli animali. Dove si acquistano sia i pesci rossi da
mettere in vasca, sia gli animali di cui cibarsi; nei supermercati,
poi, è normale che il reparto pesce sia costituito di vasche piene di
specie vive. Tu vai, scegli, metti in borsa con un po' di acqua, poi
uccidi il tuo pesce a casa. Ci sono anche ristoranti che funzionano
così: la prima volta che noi, ignoranti, abbiamo ordinato pesce, ci
siamo visti avvicinare un cameriere che ce ne ha mostrato uno, dentro
un sacchetto, su cui c'era lo stesso numero del nostro tavolo: dovevamo
osservarlo e dire se fosse di nostro gradimento, dopodichè
l'avrebbero cucinato.
Dopo
aver fatto un giro in un paio di questi mercati, avere visto le
condizioni in cui vengono tenuti gli animali, la promiscuità, la
pulizia (e dopo aver vissuto, nel 2014, l'influenza aviaria in Cina)
non mi stupisco che abbiano pensato di chiudere il mercato del pesce
e gli altri mercati, anche se non è ancora certo il punto di origine
del virus.
“La
mamma della mia amica non vuole che andiamo al ristorante cinese a
mangiare il sushi”.
E
ha ragione: sarebbe come andare in una trattoria, che si fregia di
servirti cucina emiliana, per mangiare le orecchiette con le cime di
rapa. Son due cose che non c'entrano l'una con l'altra.
Scherzi
a parte, innanzitutto gli alimenti vengono acquistati qui, come
farebbero a contaminarsi con coronavirus? Secondo punto: il cibo
crudo, pesce, uova, carne, è sempre e comunque rischioso. Su questo
punto ammetto di essere fanatica e fissata, ma io, irrazionalmente,
non mi fido nemmeno del tiramisù, sapendo che non è cotto.
Del
sushi taccio; io non mangio neanche la tartare, o la battuta
piemontese. Svengo al solo pensiero.
Non
ho bisogno del coronavirus per alimentare le mie paranoie.
“Pensa,
fanno le mascherine proprio a Wuhan, ha detto il telegiornale”
(questa l'ho sentita anch'io al tg e, dopo poche ore, queste parole
mi sono arrivate all'orecchio mentre aspettavo all'uscita di scuola).
Devo
ancora decidere quale esattamente sia il problema; innanzittutto,
dato che Wuhan è stata praticamente chiusa, meglio che abbiano una
fabbrica di mascherine, dato che devono servire per una popolazione
di circa 11 milioni di abitanti. In secondo luogo, ho i miei dubbi
che un'unica fabbrica di mascherine riesca a rifornire
l'intero mercato mondiale, Italia in primis. A onor del vero, però,
non ho potuto fare ricerche sul campo, per cui le mie perplessità
sono illazioni.
Un'affermazione
certa, senza timore di essere smentita, ma sicuramente confermata da
chi, non dico in Cina, ma abbia viaggiato anche in altri Paesi
orientali (Giappone, Corea del Sud...) è questa: utilizzare le
mascherine, sia contro lo smog (lo fanno ciclisti, motociclisti, ma
anche pedoni) sia quando si ha il rafreddore o altre malattie da
raffreddamento, è la norma.
I
ragazzi vano a scuola con la mascherina, se sono raffeddati; sulla
metropolitana, bambini, manager, ragazzi... se serve indossano la
mascherina, per educazione e cura verso gli altri. Qui in Italia,
anche in classe, quando lo racconto, mi sento dire che sono
esagerati.
Per
noi è normale starnutire nel fazzoletto; ho scoperto che questo, per
un cinese, è orribile. Non capiscono il nostro uso poco igienico, di
maneggiare, letteralmente, con le mani, muco e oggetti che lo
contengano. Passi, poi, che si getti subito il fazzoletto – cosa
comunque consigliata anche dalle recenti norme anti-contagio – ma
che lo si ripieghi, se di stoffa, e lo si riutilizzi, suscita lo
stesso ribrezzo che sperimentavo io, le prime volte, quando per
strada sentivo ruttare senza filtri. Anche ciò che è riprovevole è
relativo. Basta uscire dai soliti confini.
(Nota
a margine: vivevo in una città di quasi dieci milioni di abitanti,
in cui anche i centri commerciali avevano dispenser di liquido
disinfettante per le mani - oltre stazioni, ospedali, scuole etc..., e
mai una volta che io li abbia trovati vuoti. Sono anni che frequento
un certo Ospedale della nostra provincia e devo ancora riuscire a
trovare un dispenser pieno. Sarò stata sfortunata e sicuramente i cinesi saranno esagerati.)
"Hanno detto che è un complotto per danneggiare economicamente la Cina, per fermare la sua crescita”.
Sarà;
eppure quando il tg ha annunciato che IKEA ha chiuso tutte le sedi
cinesi dei suoi negozi, credo che per prima ci abbia rimesso lei. Non
credo che abbiamo pienamente idea di che cosa voglia dire fermare le
fabbriche per dieci giorni e passa.
Riusciamo
a immaginare che, dietro la notizia, ci sono persone come me, con
famiglia, figli, stipendio da prendere, vita quotidiana da
organizzare?
E qui l'ultima mia perplessità.
“Ma
tutti questi cinesi che viaggiano e arrivano col Capodanno...”
(puntini di sospensione che lasciavano intuire invasione imminente da
oltre-Muraglia)
Serve
una premessa. In Cina ci sono due periodi di festa che possiamo
definire “comandati”: uno, in coincidenza con i festeggiamenti
per la nascita della Repubblica Popolare nel 1949, quindi primi di
Ottobre; l'altro in coincidenza con il Capodanno lunare, quindi tra
fine Gennaio e inizi di Febbraio, ogni anno varia leggermente.
Si
lavora e si va a scuola pressochè tutto l'anno, ma in questi due
periodi, tutto si ferma. Attenzione, però: solo dopo aver fatto i
debiti recuperi. In pratica nella settimana precedente le ferie – e
se serve anche quella dopo - si lavora il sabato e la domenica. E si
va a scuola. Non credo che noi italiani possiamo davvero capirlo:
nelle mie classi, io ho sempre una quota di persone che parte uno o
due giorni prima dell'inizio ufficiale delle ferie. Inclusi alcuni
colleghi.
E
così credo funzioni anche in altri posti di lavoro. Siamo onesti e
facciamoci caso: chi deve raggiungere i propri familiari in altre
città d'Italia, se può, non parte il 23 dicembre, o il 24.
Comprensibile. In Cina non si fa, non si può: i giorni di chiusura
si recuperano, sia prima sia dopo. Le partenze, in prossimità di
queste feste, sono letteralmente a fiumi. Sono momenti in cui certo i
cinesi viaggiano, ma ancora, in buona parte, lo fanno internamente; gli occidentali, quelli
sì, ne approfittano per tornare in patria, o fare le ferie in altre
località dell'Asia.
Quando
ho sentito che sono stati bloccati gli autobus a lunga percorrenza,
le metro, i traghetti, sono stati introdotti rigidi controlli –
seguiti poi da sospensione voli – e quarantene, proprio nel periodo
delle festività, ho pensato sia a quanto deve essere costato al
governo ammettere un'emergenza – molti insinuano che la Cina non
sia del tutto trasparente sulla realtà dei fatti – sia quanto deve
essere costato – e costare tutt'ora – ai semplici cittadini come
noi, sottostare all'isolamento, alla chiusura delle scuole, alle
limitazioni alla mobilità.
Proviamo
a trasportare la medesima situazione qui: 23 dicembre, ore 18 locali,
valigia pronta per prendere il volo/treno/bus che vi porterà a casa
per le vacanze di Natale, dopo quattro mesi che siete lontani. Puf.
Non si parte più. Non si gira più. Non si va a teatro. Non si va al
cinema. Ikea chiusa. Starbucks chiuso. Mercato chiuso. Metropolitana
chiusa. Niente palestra.
Non
ho studiato abbastanza cinese da immaginare gli improperi che, molto
onorevolmente sono sicura vengano indirizzati alla sorte, al
coronavirus, ai pipistrelli o a chi per essi; però le parolacce
italiane che volerebbero in un caso analogo, quelle sì, riesco ad
immaginarmele. (Vedi caso dei turisti che per due giorni sono stati
trattenuti sulla nave da crociera, per dar tempo di avere gli esiti
dei test su due presunti casi di influenza, con corollario di
proteste, esasperazioni e polemiche per la limitazione alle loro
libertà. CVD).
lunedì 2 dicembre 2019
Dello strutto, di Nureyev e dell'imparare bene le cose.
Vegani
e vegetariani devono tenersi alla larga: lo dico prima perchè
qualche sensibilità non venga urtata. (Anche quelli che insistono a
precisare che “tigelle” è il nome dello stampo e non del cibo,
possono esimersi.)
Per
il resto, il post è un innocuo pippone, generato tra i fumi
dell'impasto delle tigelle, che lievitavano ieri in cucina.
Mentre
lavoravo solerte di mattarello e tagliapasta, pensavo al momento
magico - e terribile - che intercorre tra l'attimo in cui sollevo
il canovaccio sull'impasto e l'attimo in cui stringo la prima
manciata, da lavorare sul tagliere. Andrà bene? La lievitazione è
finita? Le tigelle saranno buone?
Posso
capire a occhi chiusi se tutto è a posto: mi basta ascoltare il
rumore impercettibile delle bollicine d'aria che si rompono sotto il
mattarello. E, ancor prima, è la setosità dell'impasto a
rassicurarmi: non bagnato, anche se devo aggiungere un po' di farina
perchè non si attacchi alla superficie del legno, no: proprio
l'umida setosità, viscosa e ricca che viene dalla parte di strutto
che aggiungo, seguendo ligia la ricetta, è il miglior indizio del
fatto che, ancora una volta, il miracolo della tigella si è compiuto
e saranno leggermente croccanti fuori, una volta cotte.
Abituata
a libri, carta, penna, studio e cervello, mi dimentico che sapere e
saper fare passano attraverso tutti i canali di cui siamo dotati: c'è
una memoria della mente, ma anche una delle mani, del naso, delle
oreccchie (c'è chi ha scritto molto meglio e molto più dottamente
su questo).
Ci
è voluto del tempo, per arrivare a questo punto di consapevolezza e
di “bravura” (diciamo che, mediamente, le tigelle mi vengono bene
e, se fossimo a scuola, potrei prendere un otto?) e ci sono stati
inciampi e goffaggini iniziali. Ho ricevuto una ricetta, che ho
seguito passo passo, tenendola appesa al frigorifero anche quando la
sapevo a memoria. E, nonostante questo, una volta ho dimenticato di
aggiungere il lievito e me ne sono accorta solo dopo un'ora di
“lievitazione”.
Le
ho stese troppo sottili (e sono diventate dure, cuocendo), ma anche
troppo alte (per paura di stenderle di nuovo troppo sottili).
Insistere, sbagliare, riprovare. Riuscire. Non si scappa. C'è una
quota di fatica – che può anche essere sana e soddisfacente –
per ogni traguarado che si raggiunge.
Quando
penso a cosa vorrei che passasse a scuola, ultimamente, penso a
questo. Mi sento circondata dalla paura, dettata dallo sbagliatissimo
convincimento che tutto deve arrivare al volo, subito, altrimenti c'è
un problema; tutto, subito e senza sforzi.
Anzi,
addirittura senza passare per certe tappe considerate ormai
sorpassate e inutili. Come se una ballerina potesse danzare sulle
punte, facendo piroette, senza prima passare per ore interminabili
alla sbarra.
Come
se un pianista potesse, di getto, suonare un Notturno di Chopin,
senza imparare scale e arpeggi - e senza provare e riprovare fino a
quando le sue dita non possono scorrere, automaticamente, sulla
tastiera.
Ho
la sensazione che, anche nel leggere e nello scrivere, nello studio –
diciamola tutta, nella scuola - ci si aspettino gli esiti di un
Nureyev, dimenticando sudore e fatica. Anzi, se dici che le cose sono
difficili, anche noiose, a volte, ma anche le cose noiose servono per
il risultato finale, guai, perchè tutto deve passare attraverso il
piacere. Il fascino. L'amore.
Ma
questa è un'altra riflessione.
Ecco,
tra i fumi del lievito di birra, io vorrei fare di una tigella ben
lievitata una metafora dell'imparare bene: ci vuole pazienza, prove
ed errori, un po' di perseveranza e qualche ciofeca – di cui magari
anche vergognarsi un po' – ma che ti spinga a dire “Adesso ti
faccio vedere io...” e rimboccarsi le maniche per fare un altro
impasto, e un altro, fino a quando le bollicine e lo strutto non si
sposino alla perfezione. Tutto – si fa per dire – qui.
martedì 26 novembre 2019
Di aragoste e minestroni di letture
"Considera l'aragosta" è il primo libro di David Foster Wallace
che leggo e sono rimasta spaesata di fronte alle note lunghissime, a
volte quasi capitoletti aggiuntivi rispetto il testo principale.
In alcuni casi ho avuto
l'impressione che proprio qui si dicessero le cose più
importanti; come
sbirciare dal buco della
serratura, su invito dello scrittore, per poter guardare più a
fondo, più da vicino.
Anche grazie alle note ho
capito perchè, per tutta la lettura, ho sentito come un dolore
sordo, amichevole, ma disturbante e minaccioso allo stesso tempo: un
cerchio stringente alla testa, rintronata da voci che parlavano tutte
assieme.
Almeno in questo libro le
numerose domande e risposte e contro-domande e contro-risposte sono
la voce caratteristica di DFW; le riflessioni minuziose e
lenticolari, sfociano sempre in un dubbio, in una ulteriore domanda,
o alla domanda definitiva, di cui sappiamo non ci piacerà la
risposta. E, leggendo, non ho potuto fare a meno di sentire altre
letture e altre voci.
Non ho studiato a fondo
la biografia di DFW e non so se abbia letto Pirandello e Svevo: forse
sì, essendo un autore di grande cultura; forse no, non credo siano
parte integrante dei piani di studio nelle scuole statunitensi.
Gli sarebbero piaciuti? - mi domando - O si offenderebbe nell'essere associato a loro?
Gli sarebbero piaciuti? - mi domando - O si offenderebbe nell'essere associato a loro?
I passi che mi hanno
portato ad avvicinare questi tre improbabili “amici”, sono stati
automatici e poco ragionati, e non so se riuscirò a spiegarli e
ricostruirli.
I due autori che ho
citato riflettono, nei loro scritti, su ciò che intendano per vita,
pazzia, salute, in un modo che, per la loro epoca, era nuovissimo e,
almeno in Italia, inedito.
Sono io o sono qualcosa
di diverso a seconda dello sguardo degli altri? E ancora: sono io ad
essere pazzo/malato o sono gli altri che mi vedono così? O meglio:
la mia pazzia e la tua salute sono interscambiabili, basta che cambi
il punto di vista e io sono sano e tu sei matto. In sottotraccia,
quando si leggono questi scrittori, si avverte un sorriso – mesto o
sornione a seconda dei casi – che lascia intendere che, pazzo o
malato che tu sia, in qualche modo hai raggiunto l'essenza delle
cose. E, per converso, si lascia intuire come i “sani” - che sono
fondamentalmente coloro che non si pongono domande – in realtà
siano vuoti e faciloni.
In Svevo si avverte
benissimo nelle parole con cui descrive la “salute” della moglie:
“Nel mio animo si formò
una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad
Augusta ch’era la salute personificata... Essa sapeva tutte le cose
che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura.
Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare!
Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al
loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme:
l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti; il verde, il
nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a
casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare
di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina.
E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno.
Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa e io ve l'accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l'immagine del dolore e della morte. Per lei non c'era... C'erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana... Poi v'erano i medici... Io ne usavo ogni giorno, di quell'autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino, quando la malattia mortale mi avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza.
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia.”.
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia.”.
Porsi le domande, e darsi
le risposte, è un punto cruciale in DFW; a volte il vortice dei
quesiti può letteralmente paralizzare, come quando si gioca a
tennis. E' per questo, probabilmente – secondo DFW - che noi
schiappe siamo diversi dai grandi campioni: essi non pensano, ma
giocano con un istinto infallibile, isolando qualunque voce
interiore, anche nelle situazioni più stressanti, quando si rischia
il tutto per tutto.
Oppure le domande possono
essere subdole e insistenti, come quando ci si interroga sull'onestà
di intenti e autenticità di un candidato alle elezioni
presidenziali, col dubbio che di autentico e onesto, in fondo, non ci
sia nulla, rischiando di rimanere bloccati al momento del voto. O
peggio, lasciando perdere e non votando.
Insomma, non ho potuto
fare a meno di sentire la voce di Pirandello, quando dice:
“...bisogna
che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti ad
una macchina fotografica. Lei si atteggia. E atteggiarsi è come
diventare una statua per un momento. Lei non può conoscersi che
atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede.
Conoscersi è morire.”
Non
c'è alternativa: o ci si interroga, e si “muore”; o si vive, e
non ci si interroga.
In DFW, allegre e poste
con piglio di volta in volta ironico, sarcastico, graffiante,
desolato o malinconico, ci sono diverse domande e, in un angolino, la
percezione che chi le pone sospetti, o peggio, veda chiaramente, la
menzogna, l'imbroglio, o semplicemente la terrena pochezza
dell'individuo.
Quando lo scrittore si
trova tra attempate signore, che guardano sgomente la cronaca
dell'attentato alle torri gemelle, o quando vaga tra gli stand del
festival delle aragoste, si avverte potente il senso di estraneità
(forse, in qualche momento, di vero e proprio ribrezzo) verso gli
esseri umani che ha intorno. Tanto più estranei, perchè nel suo
riflettere incessante e acuto e impietoso, DFW sa che sono simili a
lui. Solo che mentre gli altri, apparentemente, riescono a
sopravvivere all'idea che un'aragosta venga bollita viva, o all'idea
che un politico possa mentirti per il proprio tornaconto, si intuisce
che lui fa un'enorme fatica, solo a malapena mascherata
dall'umorismo, che tanto rende piacevole la lettura.
domenica 7 luglio 2019
Corinna
I
ricordi si legano ad alcuni oggetti, attorno ai quali, negli anni, si
sono raccolte le storie che compongono la tua vita.
Non
ho potuto sentirle da te: sei scomparsa quando avevo tre anni; mi
sono state riportate da altri e l'immagine che mi restituiscono è
frammentaria, forse anche inesatta, perchè dove non arrivano i
racconti, si è insinuata la mia immaginazione.
Col tempo, poi,
crescendo, passando attraverso le stesse esperienze che, in parte,
sono state tue – come di tante donne - i figli, la famiglia, un
marito, il lavoro... ho cominciato a fare raffronti, a trovare
similitudini e differenze, a volte a trarre conforto e insegnamento.
Ma forse tu non saresti d'accordo, chissà, o forse su certe storie
avresti taciuto, per concentrarti su altre che nessuno mi racconterà.
Il
primo oggetto è una fotografia.
Alle
spalle uno sfondo carta da zucchero, girata di tre quarti, su un
grande cuscino quadrato, bianco, sta seduta una bambina, lei stessa
tutta vestita di lana bianca;
le calzette traforate stringono due gambotte
paffute, con le belle pieghe – che i vecchi chiamano
“braccialetti”, ma altro non sono che sano grasso infantile - a
indicare una bimba in piena salute.
Occhi
rotondi verde-marrone guardano l'obiettivo, un po' tristi; i capelli
ondulati, castani, fini e morbidi come solo i capelli dei bambini
possono essere.
Quei riccioli curvi, pettinati insistentemente –
immagino con gesti nervosi - fino all'ultimo, perchè prendessero la
giusta voluta, fino a far perdere la pazienza al fotografo che
avrebbe detto un “Adesso basta, signora!” molto esasperato –
preoccupato che io potessi agitarmi prima ancora di cominciare a
scattare.
Così
mi è stato raccontato; ci tenevi in modo particolare a quella
fotografia, di me piccola; l'avevi voluta assolutamente, curando ogni
dettaglio – abito, pettinatura, le scarpette di morbida pelle
bianca, impunturate, coi lacci, anche loro accomodati in perfetta
simmetria; e poi il fotografo, uno dei più bravi, allora, con uno
studio vero, con lo sfondo, le luci, la poltrona di vimini...
Corinna
era tanto buona, tanto, ma quando decideva qualcosa – quando teneva
a qualcosa o a qualcuno – non sentiva ragioni e andava per la sua
strada, mi dicevano: diventavi ostinata e dura.
Così
mi raccontavano; ed immagino che tu abbia bellamente ignorato la
stizza e l'impazienza del fotografo, per continuare nei tuoi ritocchi
fino all'effetto voluto, cristallizzato nello scatto che ho sotto
gli occhi: i colori fanno sì che l'immagine non abbia quella
perfezione fiabesca e senza tempo dei ritratti di bambini, quelli in
bianco e nero, che fanno venire in mente epoche felici e
lontanissime, in cui tutto è lindo e ancora intonso. Ancora da
avverarsi.
Mi
dice, però, l'affetto che nutrivi per me, manifestato con quelle
cure minute, d'altri tempi, dedicate a tanti particolari che io,
nell'epoca delle foto digitali e dei telefoni, non ho certo speso per
le immagini dei miei figli.
Loro avranno tantissimi scatti – sempre
che nella corsa che sono le nostre giornate, non ci si dimentichi di
salvare i tanti bit stivati nelle varie memorie – di certo
naturali, spontanei, numerosissimi; tu hai cercato di creare il
momento perfetto, di ritrarre al meglio l'amata nipote, sapendo che
quell'istante di infanzia, bianca e stupenda, è un soffio; e
catturarlo per sempre val bene far arrabbiare un fotografo, perchè
avevi solo uno scatto e non poteva che esser perfetto... (continua)
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