sabato 11 aprile 2020

Di freni e camminate

Il lockdown ha significato lo stop delle mie camminate. Oddio, non solo mie, ma di tutti quelli che amano questa attività, assieme a tutti coloro che si muovo all'aperto, come ciclisti, corridori...
Quest'anno camminavo allenandomi per due obiettivi per me impegnativi: il Grande Trekking delle Apuane a Giugno (regalo a me stessa per la fine della scuola) e la Strafrancigena a Settembre (conto in sospeso dall'anno scorso, dopo l'annullamento per maltempo).
Nessuna delle due manifestazioni ci sarà quest'anno; tutto è congelato fino al 2021, quando potrò far valere le due iscrizioni.
Per allontanare la delusione – anche se me lo aspettavo – ho riprenotato l'alloggio, da qui a un anno, per il GT. Così, per provare un misero surrogato di adrenalina, ma molto annacquato dalla lontanza nel tempo.
E anche oggi, dopo la conferma della proroga del lockdown, magari inutilmente, ho aperto Booking, per studiare possibili prenotazioni per l'unica manifestazione che, prevista per fine settembre, non sia ancora stata annullata.
Qualcuno diceva che non si deve riandare al tempo felice, quando si vive un tempo non felice;
può essere pericoloso, oggi diremmo deprimente.
Fra qualche settimana, forse, cambierò idea, ma adesso mi fa piacere ripensare alle camminate che ho fatto, alla scoperta di una attività che mi fa sentire a totale mio agio.
Cominciare a camminare è stato come aprire un cassetto chiuso da tempo e trovarci dentro un oggetto dimenticato. Con una definizione molto meno poetica, camminare è stata un po' la mia “Crisi di mezza età”: riscoprire un interesse e decidere che aveva aspettato abbastanza, senza essere soddifsfatto.
Mi piace pensare che sia stato un riappropriarmi di qualcosa di mio.
So anche quando è cominciata: esattamente nel 2015, il giorno in cui ho scoperto per puro caso dell'esistenza delle maratone (42, 195 km di rigoroso cammino) sulla via Francigena.
Era un pomeriggio di maggio, in cui, al termine di una sessione di correzioni verifiche, avevo spento il cervello e vagavo su Internet. Di link in link sono capitata sul sito della manifestazione... ormai troppo tardi per partecipare a quella edizione, ma in tempo per decidere che avrei partecipato all'edizione 2016: oltretutto cadeva esattamente il giorno del mio compleanno. Più destino di così.
E da lì ho cominciato. Da tapasciona autodidatta; guardata un po' con diffidenza in casa, ma determinata al punto da essere disposta a fare tutto da sola.
Alla vigilia della partenza per Acquapendente, una collega ebbe pietà di me e mi accompagnò, senza partecipare, ma aspettandomi all'arrivo (per paura di schiattare feci solo metà percorso, pentendomi).
Ho un ricordo speciale di quella giornata, perchè ho fatto tutto quanto il percoso con un signore di Milano: io compivo 45 anni, lui 50. Aveva trovato da dormire all'ultimo grazie all'interessamento del sindaco di Acquapendente. Nessuno dei suoi amici si era dato disponibile a seguirlo nell'impresa. Erano mesi che andava al lavoro a piedi, camminando dieci chilometri tutti i giorni e di lì a poco lui e la moglie avrebbero avuto in affidamento un ragazzo.
Così ho scoperto che la voglia di fare cose nuove, non era mia prerogativa e che nel club della mezza età ci sono persone interessanti - e squinternate almeno quanto me.
A distanza di qualche anno, se ancora cammino e programmo, è perchè ho scoperto che i momenti in cui marcio, e faccio salite, e mi concentro solo sul mettere un piede davanti all'altro, mi servono per staccare, per prendere le misure di quello che mi succede, per dare aria al cervello e farlo uscire da giri viziosi di pensieri e rimuginamenti.
Adesso che tutto è fermo, che so che dovrò riprendere il fiato e la resistenza per affrontare le salite, sono contenta di una cosa: non mi sono lasciata fermare da scrupoli o paure. Quello che volevo fare l'ho fatto; alcuni dei sentieri che desideravo percorrere, li ho percorsi.
Non è stato facile nella vita di prima, fatta di scuola, figli, famiglia e impegni vari, incastrare il tempo per allenarsi e ritagliarsi le occasioni per partecipare a uscite e camminate. Sono state scelte e centellinate, ma per questo ancora più apprezzate. A volte hanno creato frizioni; a volte qualche impegno familiare mi ha fatto rinunciare.
Ma queste rinunce non fanno testo; perchè non sono state dettate da paure o sensi di colpa (potenzialmente indotti da quesiti del tipo “Ma … non ho capito, perchè vuoi andare? Fare? Che bisogno c'è?”).
Ecco: ripensare alle camminate passate è bello, perchè le ho fatte. E non ho il rimpianto di essermi frenata, per poi scoprire di aver perso un'occasione. Non ho il rimpianto di aver sprecato tempo.
Il freno è arrivato, e non l'ho scelto e comincio ad avere la sensazione di perdere tempo. “Perdere” non nel senso di buttare, perchè sto cercando di mettere a frutto anche questa quarantena, di fare in modo di imparare qualcosa di nuovo, comunque e nonostante tutto. Molto banalmente – e forse riaffiora la “crisi di mezza età” - perdere nel senso che il tempo di oggi, per me, non sarò quello del prossimo anno. Ho la percezione che non sarà scontato che io riesca semplicemente a tirare fuori dal cassetto l'iscrizione al Grande Trekking sulle Apuane, per poi percorrere 36 km e 1000 m di dislivello.
Me lo dice il ginocchio, che ogni tanto si fa sentire quando faccio ginnastica.
Me lo dicono i muscoli che impiegano più tempo ad allungarsi e si irrigidiscono più velocemente, quando sto ferma. 
Tanti piccoli campanelli... 
Farò finta di non ascoltare.
Chissà se funziona?

domenica 22 marzo 2020

Dittatura o democrazia. E' questo il problema?

Ci sono alcune frasi ricorrenti in queste settimane di epidemia e misure di contenimento:
“Siamo in guerra”. “Siamo sotto assedio”.

Sì, nei momenti di sconforto mi sento sotto assedio - guerre e assedi li ho studiati solo sui libri e adesso la sensazione che, da un momento all'altro, le difese possano cadere è molto forte.
Ascoltare il telegiornale, dopo le 18.00, o leggere il resoconto della Protezione Civile è come scorrere un bollettino di guerra: non ci sono nomi, ma i numeri parlano, crescono continuamente.
Le immagini dei veicoli militari che escono da Bergamo, carichi di bare, lasciano senza parole e con un groppo in gola.
Ci sono anche, soprattutto quando si circola sui social, invocazioni al controllo, all'ordine, all'uso dell'esercito, in un'escalation che immancabilmente, porta qualcuno a dire “Certo in Cina ce l'hanno fatta: hanno la dittatura”.
Oppure, viceversa, quando si illustrano i posti di blocco, i controlli, le sanzioni, si insinua che si sia imboccata la china della dittatura, che mina la libertà di circolazione dei cittadini.
Se si segue il ragionamento, allora, l'Italia, in quanto democratica, è destinata a veder fallire tutte queste misure restrittive. In altre parole, noi saremmo strutturalmente incapaci di seguire una regola, perchè democratici?
In democrazia non si riescono ad applicare le regole, dato che ogni provvedimento che limita le libertà sarebbe antidemocratico?
Cosa mi irrita di questo ragionamento? Cosa c'è che mi sfugge e non funziona?
Non riuscivo a capirlo.
Ho visto anche io i numeri dei controlli e delle sanzioni effettuate: il che vuol dire che, per quanto la situazione sia critica, c'è chi non si sente in dovere di rispettare le imposizioni.
Sorpresa: non è che in Cina le regole si rispettino perchè sono una dittatura. Chi pronuncia la frase fatidica lo fa sottintendendo che il Governo ha potuto mettere in atto provvedimenti anche violenti, estremamente lesivi della libertà personale (circolano video di persone letteralmente caricate di peso dalle autorità, dopo essere state sorprese all'aperto, e confinate in campi di quarantena). E noi dovremmo invidiare questo?
I meccanismi che portano a trasgredire i divieti – soprattutto sull'onda del panico – sono gli stessi ovunque; le immagini dei treni parigini, presi d'assalto dopo l'annuncio del lockdown, non sono molto diverse da quelle della stazione di Milano o di altre città del Nord Italia negli ultimi due weekend.
Per spostarsi su un terreno “pacifico”, senza tirare in ballo il Coronavirus: il rispetto della fila non è un optional solo in Italia. Quando vivevo in Cina, avevo imparato a non lasciare mai troppo spazio davanti a me, ad esempio, al supermercato, perchè se no qualcuno si infilava subito. In questo non mi sentivo discriminata come straniera; era un uso comune e il bello era che nessuno litigava o protestava.
Nei musei capitava che i guardiani dovessero riprendere i visitatori, perchè salatavano le transenne messe a regolamentare gli accessi, oppure a protezione di certi manufatti.
Da noi, in Italia, si dice che siamo indisciplinati, o peggio delinquiamo, perchè nessuno controlla e punisce. In Cina c'erano controlli e punizioni, però c'erano lo stesso trasgressori. Quindi?
Io penso che, mettendo da parte i metodi dittatoriali utilizzati, di cui probabilmente non conosceremo mai l'esatta portata – e che francamente non credo siano da invidiare – non consideriamo una caratteristica dei cinesi, che ho percepito molto chiaramente e che deriva loro dalla educazione familiare/governativa (se così vogliamo chiamarla): vengono cresciuti nell'idea che tu debba compiere il proprio dovere, nei confronti della famiglia e dello Stato. Sei un bravo figlio, un bravo lavoratore, un bravo studente, un bravo cittadino e questo reca onore ai tuoi e allo Stato, che tu, così, ricambi per le cure ricevute. Quando penso a cosa può averli sostenuti nella loro battaglia contro il virus, voglio pensare che entri anche questo fattore distintivo.
E noi? Noi che invochiamo la dittatura e consideriamo debole la nostra democrazia, quale è la nostra caratteristica come italiani (a parte la retorica del grande popolo, creativo, artistico etc...)?
Credo che, purtroppo, siamo ignoranti o di memoria corta. D'altra parte, c'è anche rimedio.
Innanzitutto, siamo una democrazia, sì, ma ce lo ricordiamo solo quando dobbiamo invocare i nostri diritti. Giustissimo. Se, però, facciamo uno sforzo di memoria, ricorderemo che questi diritti sono elencati nella Costituzione, che, però, guarda caso, contiene anche i nostri doveri.
La cosa meravigliosa di questo documento è che, nonostante sia stato scritto più di sett'antanni fa, funziona anche in tempi di coronavirus e chi teme il ritorno della dittatura - o al contrario la invoca – dovrebbe rileggersi l'articolo 16:

“Ogni cittadino puo` circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanita` o di sicurezza. Nessuna restrizione puo` essere determinata da ragioni politiche”.

Fine. Non è un italiano difficile da capire, ci siamo dentro, tutti, adesso. E lì c'è scritto un DOVERE, poco retorico ma fondamentale in un momento come questo: il DOVERE di rispettare quanto stabilito per motivi di sicurezza e sanità. (Oltre al diritto, da parte dello Stato, di controllare e sanzionare e limitare, nel caso in cui...).
Quando si studiano le guerre mondiali si spiega ai ragazzi cosa sia il fronte interno, cioè la “linea di combattimento” rappresentata dai civili che, con le loro mille mansioni e resistenze, contribuivano alla riuscita della guerra: fabbriche, coltivazioni, rifornimenti, la posta, la sanità, i prestiti, le lettere ai soldati, le calze... Nel frattempo i soldati combattevano in prima linea, o in trincea.
In “trincea”, oggi, ci sono i medici, gli infermieri, i sanitari in genere, le forze dell'ordine, i farmacisti, gli autisti delle ambulanze...
Il cittadino medio come me, come i miei figli, come tutti quelli che se ne stanno chiusi in casa, formano il “fronte interno”, meno d'effetto di un hashtag, più duro da portare avanti.
Ecco cosa non funziona e perchè mi rifiuto di seguire il ragionamento: ci dimentichiamo che la democrazia è a doppio senso. Non possiamo pretendere solo  diritti.
Abbiamo anche dei doveri e chi li ha previsti, aveva la grande certezza che non dovessero più servire i manganelli, perchè tutti si facesse la nostra parte.

lunedì 16 marzo 2020

Didattica E Distanza

Chiudevo il penultimo post tentando di immaginare cosa sarebbe successo in Italia, se si fossero adottate le misure restrittive cinesi per combattere il Coronavirus.
In parte ho indovinato - siamo tendenzialmente indisciplinati – in parte, per fortuna, sta venendo fuori il meglio, da parte di tanti... E' presto e dovremo ancora sopportare, credo, la “quarantena”, ma voglio essere fiduciosa.
La situazione è nuova per tutti, quindi anche per chi lavora nella scuola.
E' un terreno delicato: lo sto vedendo dalle miriadi di post, riflessioni, lamentele, che circolano in rete.
E' un terreno in cui mi muovo: come genitore, come insegnante, come insegnante che partecipa agli aspetti organizzativi della sua scuola.
Come insegnante, grosso modo, posso ricostruire per fasi quello che è successo, fino ad arrivare ad oggi.
Quando le scuole, qui, hanno chiuso – 23 febbraio – la maggior parte di noi, incredula e spaesata, ha pensato che si trattasse di pochi giorni. Dal ministero stesso sono arrivate blande sollecitazioni ad organizzarsi per la famigerata didattica a distanza, ma non essendoci particolare emergenza, anche i dirigenti non si sono posti in modo imperativo.
Per quanto riguarda le mie classi, viste le attività svolte, il punto del programma in cui mi trovavo, quello che avevo in progetto di svolgere, ho assegnato poche attività (e ricordiamo che le scuole non erano ancora chiuse in tutta Italia, ma solo in alcune regioni), con l'indicazione dall'alto, che non si potessero considerare obbligatorie.
Quando siamo entrati nella seconda settimana, be', abbiamo cominciato a sentire l'impellenza di ricevere anche riscontri dagli studenti. I carichi di lavoro sono aumentati, perchè è aumentata l'ansia di perdere tempo.
L'ho percepito anche da genitore, nel senso che, grosso modo, l'andamento delle richieste degli insegnanti dei miei figli, è aumentato, chi più chi meno.
Anche le sollecitazioni dal Ministero sono cambiate: la didattica a distanza doveva essere attivata, sempre nel rispetto degli accordi collegiali (ma quali? Non si è mai presentata una situazione simile. E quando tener gli organi collegiali, se si dovevano limitare gli assembramenti per evitare il contagio? Facciamo un bel Collegio Docenti in presenza con 70 e passa insegnanti?). Così comincia lo squagliamento: chi ritiene, comunque, di avere il dovere di far proseguire la didattica, procede con consegne date attraverso i canali a disposizione; qualcuno ricorda ai Dirigenti che nulla è obbligatorio senza delibera del Collegio, quindi tutto rimane per un po' nella sfera del “Siete caldamente invitati” e c'è chi non si muove in assenza di disposizioni ufficiali. I sindacati, interpellati, parlano anche di docenti “primi della classe” che si sono mossi in anticipo e senza un indirizzo comune e concordato. Il Bronx, insomma.
Poi si arriva all'8 marzo e le cose precipitano; chiusura di tutte le scuole. Didattica a distanza obbligatoria, non serve il parere degli organi collegiali, tutti i docenti devono attivarsi. E, ciliegina sulla torta, anche con video lezioni, differite o in sincrono.
Da genitore, che dire? Ho figli grandi – uno alle medie e uno all'ultimo delle superiori – già in grado di destreggiarsi con pc e simili; frequentano scuole in cui sono stati abituati ad utilizzare piattaforme varie, per cui, quando i docenti si sono attivati, sono stata sicuramente contenta e non c'è bisogno che dia  supporto, anzi: devo sparire dalla stanza.
Una perplessità – che devo tenere presente quando, da insegnante, assegno attività - cinque ore di video conferenza sono un massacro. Cinque giorni a settimana così – parlo delle superiori – cui si aggiunge il pomeriggio a svolgere le consegne, tenendo conto che i ragazzi non svolgono più nemmeno le due ore di Educazione Fisica e devono ridurre al minimo le uscite, sono disumane. Anche malsane, per certi aspetti. Fanno bene al programma, ma dicono che noi insegnanti non abbiamo capito che questo momento è fuori da tutti i canoni e se, da un lato, studiare significa conservare una routine, non può nemmeno essere che diventi l'unica attività che si possa svolgere in casa. Promemoria anche per me stessa.
Tutti, però, genitori e docenti, si fanno prendere la mano: chi ancora non vede attivate le video conferenze si preoccupa e invidia chi le fa. Chi non le vuole fare viene guardato con sospetto. Un altro Bronx.
Da insegnante sto ancora decidendo cosa esattamente significhi fare didattica a distanza; al momento penso che sia un'espressione povera di senso. Organizzo, studio, cerco di, preparare attività che i miei alunni possano svolgere da soli (e già questo non è insegnare); organizzo, cerco di, mi ingegno di tenere qualche ora di video conferenza in cui interagire coi ragazzi. Salutarsi, sorridersi, poi, certo, svolgere qualche correzione, affrontare qualche argomento, ma non è semplice. Non tanto per le penose difficoltà di connessione: condurre una comunicazione via Skype o altro è per l'80% del tempo un tentare di mantenere buona la ricezione, figuriamoci quando si è connessi in 20 o più (e quei venti sono adolescenti); quanto perchè non si può riproporre in video lezione l'esatta cadenza delle lezioni in classe. O almeno è l'impressione che ho avuto. Uso un'ora per leggere dal libro e spiegare? C'è chi lo fa, ma mia figlia mi racconta di tutto ciò che di diverso, dietro lo schermo, puoi fare mentre il tuo prof. ti sta annoiando mortalmente a distanza. (e quello dei “contro” è un altro capitolo della didattica a distanza).
In tutto questo c'è, di positivo, che si continua ad imparare; devo per forza muovermi tra tutorial nell'utilizzo di app che non mi erano mai servite (Hangout, Meet); devo preparare tutorial per gli studenti, perchè anche se conoscevano la piattaforma Google Suite, non ne avevano ancora esplorato tutte le potenzialità.
Tutto questo genera differenze e crea possibili discrepanze tra ragazzi, scuole, classi?
Assolutamente sì.
Innanzitutto non tutte le scuole sono attrezzate allo stesso modo; inoltre credo che ci sia una differenza sostanziale tra ciò che i ragazzi sanno e possono fare alle medie e ciò che bambini della primaria sanno e possono fare a oggi (penso ad una classe di prima elementare. E alla materna? Le maestre che didattica a distanza possono fare? Me lo chiedo da ingnorante proprio).
Diamo anche per buono che non tutti i docenti, da casa, abbiano la possibilità di connettersi a lungo, abbiano un pc etc. (Penso ai fuori sede che, magari, si sono attrezzati con chiavette, o usano solo il cellulare, perchè normalmente utilizzano i pc della scuola). Così come ci sono docenti più “smanettoni” di altri. Sono tutte situazioni da risolvere, rimboccandosi le maniche.
Il terzo ruolo che ricopro, mi ha dato una prospettiva ancora diversa su questa situazione nuovissima e caotica.
La scuola – e ormai se si gira sui siti delle varie direzioni didattiche e istituti – si è organizzata formalmente, con circolari e comunicazioni alle famiglie. Non è stato semplice cercare di fissare delle “regole”: dove, come, quando realizzare le attività e come informarne le famiglie. Assenze e presenze? Voti? Quanto è responsabilità mia di docente, e quanto delle famiglie, il mancato svolgimento del lavoro?
Per alcune discipline sarà più difficile che per altre organizzarsi: penso ai docenti di educazione fisica, arte, musica; penso a chi, alle superiori, ha attività di laboratorio o pratiche. La didattica a distanza non è la panacea. E la distanza deve durare il meno possibile, soprattutto quella colmata dai mezzi telematici.
In generale molti docenti sono partiti subito, senza aspettare  regolamentazioni; la velocità o meno delle dirigenze nel produrle ha creato ansie tra genitori, che hanno visto “diverse velocità”, ma nei prossimi giorni tutto questo dovrebbe attenuarsi.
Non nascondo che in alcuni casi ho anche trovato resistenze e appelli al sindacato, tanto da mettere in dubbio che si fosse tenuti a queste forme di insegnamento.
Qui mi trattengo; certo quando ci dicono “Allora siete in vacanza?” è perchè qualche dubbio sulla voglia di lavorare lo facciamo venire.
Ma concludo.
Internet e compagnia non sono la soluzione a tutti i mali. Resta un problema enorme: e i ragazzi e le famiglie che non hanno strumenti informatici?
Impossibile, si dice; tutti hanno un cellulare.
Posso anche essere d'accordo, ma non si possono svolgere determinate attività da un cellulare: leggere quali compiti sono stati assegnati, sì; magari assistere alla video chiamata, ma ci si ferma qui.
C'è la possibilità reale che qualcuno non partecipi proprio, per un mese e passa a questa famigerata didattica a distanza? Credo di sì. Ed è la distanza più grande da colmare.

domenica 1 marzo 2020

Giochiamo...

Trovato su Facebook. Non ho saputo resistere...

1) "Possessione. Una storia romantica" di Antonia S. Byatt

2) "Cuore" di Edmondo De Amicis

3) Nessuno

4) L'estate scorsa: "Bernardo e l'angelo nero" di Fabrizio Silei, "Pet Sematary"di Stephen King, "Ubik" di Philip K. Dick,  "Gli androidi sognano pecore elettriche'" di Philip K. Dick

5)  "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco

6) Solo due: "Il nome della rosa", di Umberto Eco

7) "Il mito di Sisifo" di Albert Camus

8) Nessuno. Tutti tornati alla base.

9) Quello che sto leggendo in quel momento.

10)  ?

11) Nessun tentativo disperato. Qualche scribacchiamento sparso

12) "La peste" di Albert Camus, "L'opera al nero" di Marguerite Yourcenair, "Il medico di corte" di Per Olov Enquist, "L'arte di essere fragili" di Alessandro D'Avenia

domenica 2 febbraio 2020

Mamma li cinesi!

Si potrebbe riassumere così l'insieme di commenti, osservazioni, domande, che ho sentito in questi giorni per strada e che ho raccolto durante una conversazione in classe.

Mi sono resa conto, in mezzo al susseguirsi di reportage e bollettini, di avere un nervo scoperto, come dice un'amica che ho conosciuto a Suzhou durante l'espatrio: il “nervo della Cina”. Scatta come una molla e scatena un mix di insofferenza e solidarietà, automaticamente, ad ogni banalità, luogo comune o becera fake news: insofferenza verso i boccaloni che, ad esempio parlano di complotto o di cinesi da fermare col mitra (sic); solidarietà verso la Cina, nella persona dei cinesi. 

Intendiamoci, quando sono partita, ormai sette anni fa, ero di un'ignoranza imbarazzante, inutile nascondersi: quando tentavo di immaginare la mia vita in Cina, automaticamente mi venivano agli occhi immagini di piccole barchette su canali, poi un mix improbabile di risaie e donne con il copricapo di paglia e, in ultimo, il concetto di onore e famiglia veicolato da Mulan. E Mushu, non dimentichiamo Mushu il draghetto.

Ero preoccupata all'idea che non avrei potuto guidare, perdendo la mia autonomia; passavo notti insonni pensando a come avrebbero reagito i figli alla nuova scuola, nuova città, nuova vita; mi dispiaceva lasciare il lavoro e i familiari. In breve: 'na tragedia.

Come è andata non lo racconto qui -ne ho scritto altrove - ma credo si possa intuire.

Faccio alcune considerazioni; anzi, porto alcune perplessità, riguardo ad alcune perle di questi giorni , a partire da quello che ho visto io e ho potuto vivere là.


"Prof., ma per forza si prendono il coronavirus, se lo vanno a cercare con tutti quegli animali che mangiano. Anche vivi!”

Certo che i cinesi mangiano un sacco di animali, esattamente come noi italiani; anzi, noi mangiamo i conigli, cosa per cui i cinesi inorridiscono. Del resto, in Cina, mangiano le tartarughe, cosa che fa inorridire noi. Se poi voliamo in altri paesi, direi che la varietà di esseri viventi che l'homo sapiens è in grado di ingurgitare sia estremamente varia.

Detto questo, però, c'è una pratica, in Cina, cui noi non siamo abituati: i mercati degli animali. Dove si acquistano sia i pesci rossi da mettere in vasca, sia gli animali di cui cibarsi; nei supermercati, poi, è normale che il reparto pesce sia costituito di vasche piene di specie vive. Tu vai, scegli, metti in borsa con un po' di acqua, poi uccidi il tuo pesce a casa. Ci sono anche ristoranti che funzionano così: la prima volta che noi, ignoranti, abbiamo ordinato pesce, ci siamo visti avvicinare un cameriere che ce ne ha mostrato uno, dentro un sacchetto, su cui c'era lo stesso numero del nostro tavolo: dovevamo osservarlo e dire se fosse di nostro gradimento, dopodichè l'avrebbero cucinato.

Dopo aver fatto un giro in un paio di questi mercati, avere visto le condizioni in cui vengono tenuti gli animali, la promiscuità, la pulizia (e dopo aver vissuto, nel 2014, l'influenza aviaria in Cina) non mi stupisco che abbiano pensato di chiudere il mercato del pesce e gli altri mercati, anche se non è ancora certo il punto di origine del virus.



“La mamma della mia amica non vuole che andiamo al ristorante cinese a mangiare il sushi”.

E ha ragione: sarebbe come andare in una trattoria, che si fregia di servirti cucina emiliana, per mangiare le orecchiette con le cime di rapa. Son due cose che non c'entrano l'una con l'altra.

Scherzi a parte, innanzitutto gli alimenti vengono acquistati qui, come farebbero a contaminarsi con coronavirus? Secondo punto: il cibo crudo, pesce, uova, carne, è sempre e comunque rischioso. Su questo punto ammetto di essere fanatica e fissata, ma io, irrazionalmente, non mi fido nemmeno del tiramisù, sapendo che non è cotto.

Del sushi taccio; io non mangio neanche la tartare, o la battuta piemontese. Svengo al solo pensiero.

Non ho bisogno del coronavirus per alimentare le mie paranoie.



“Pensa, fanno le mascherine proprio a Wuhan, ha detto il telegiornale” (questa l'ho sentita anch'io al tg e, dopo poche ore, queste parole mi sono arrivate all'orecchio mentre aspettavo all'uscita di scuola).

Devo ancora decidere quale esattamente sia il problema; innanzittutto, dato che Wuhan è stata praticamente chiusa, meglio che abbiano una fabbrica di mascherine, dato che devono servire per una popolazione di circa 11 milioni di abitanti. In secondo luogo, ho i miei dubbi che un'unica fabbrica di mascherine riesca a rifornire l'intero mercato mondiale, Italia in primis. A onor del vero, però, non ho potuto fare ricerche sul campo, per cui le mie perplessità sono illazioni.

Un'affermazione certa, senza timore di essere smentita, ma sicuramente confermata da chi, non dico in Cina, ma abbia viaggiato anche in altri Paesi orientali (Giappone, Corea del Sud...) è questa: utilizzare le mascherine, sia contro lo smog (lo fanno ciclisti, motociclisti, ma anche pedoni) sia quando si ha il rafreddore o altre malattie da raffreddamento, è la norma.

I ragazzi vano a scuola con la mascherina, se sono raffeddati; sulla metropolitana, bambini, manager, ragazzi... se serve indossano la mascherina, per educazione e cura verso gli altri. Qui in Italia, anche in classe, quando lo racconto, mi sento dire che sono esagerati.

Per noi è normale starnutire nel fazzoletto; ho scoperto che questo, per un cinese, è orribile. Non capiscono il nostro uso poco igienico, di maneggiare, letteralmente, con le mani, muco e oggetti che lo contengano. Passi, poi, che si getti subito il fazzoletto – cosa comunque consigliata anche dalle recenti norme anti-contagio – ma che lo si ripieghi, se di stoffa, e lo si riutilizzi, suscita lo stesso ribrezzo che sperimentavo io, le prime volte, quando per strada sentivo ruttare senza filtri. Anche ciò che è riprovevole è relativo. Basta uscire dai soliti confini.

(Nota a margine: vivevo in una città di quasi dieci milioni di abitanti, in cui anche i centri commerciali avevano dispenser di liquido disinfettante per le mani - oltre stazioni, ospedali, scuole etc..., e mai una volta che io li abbia trovati vuoti. Sono anni che frequento un certo Ospedale della nostra provincia e devo ancora riuscire a trovare un dispenser pieno. Sarò stata sfortunata e sicuramente i cinesi saranno esagerati.)


"Hanno detto che è un complotto per danneggiare economicamente la Cina, per fermare la sua crescita”.

Sarà; eppure quando il tg ha annunciato che IKEA ha chiuso tutte le sedi cinesi dei suoi negozi, credo che per prima ci abbia rimesso lei. Non credo che abbiamo pienamente idea di che cosa voglia dire fermare le fabbriche per dieci giorni e passa.

Riusciamo a immaginare che, dietro la notizia, ci sono persone come me, con famiglia, figli, stipendio da prendere, vita quotidiana da organizzare?

E qui l'ultima mia perplessità.


“Ma tutti questi cinesi che viaggiano e arrivano col Capodanno...” (puntini di sospensione che lasciavano intuire invasione imminente da oltre-Muraglia)

Serve una premessa. In Cina ci sono due periodi di festa che possiamo definire “comandati”: uno, in coincidenza con i festeggiamenti per la nascita della Repubblica Popolare nel 1949, quindi primi di Ottobre; l'altro in coincidenza con il Capodanno lunare, quindi tra fine Gennaio e inizi di Febbraio, ogni anno varia leggermente.

Si lavora e si va a scuola pressochè tutto l'anno, ma in questi due periodi, tutto si ferma. Attenzione, però: solo dopo aver fatto i debiti recuperi. In pratica nella settimana precedente le ferie – e se serve anche quella dopo - si lavora il sabato e la domenica. E si va a scuola. Non credo che noi italiani possiamo davvero capirlo: nelle mie classi, io ho sempre una quota di persone che parte uno o due giorni prima dell'inizio ufficiale delle ferie. Inclusi alcuni colleghi.

E così credo funzioni anche in altri posti di lavoro. Siamo onesti e facciamoci caso: chi deve raggiungere i propri familiari in altre città d'Italia, se può, non parte il 23 dicembre, o il 24. Comprensibile. In Cina non si fa, non si può: i giorni di chiusura si recuperano, sia prima sia dopo. Le partenze, in prossimità di queste feste, sono letteralmente a fiumi. Sono momenti in cui certo i cinesi viaggiano, ma ancora, in buona parte, lo fanno internamente; gli occidentali, quelli sì, ne approfittano per tornare in patria, o fare le ferie in altre località dell'Asia.

Quando ho sentito che sono stati bloccati gli autobus a lunga percorrenza, le metro, i traghetti, sono stati introdotti rigidi controlli – seguiti poi da sospensione voli – e quarantene, proprio nel periodo delle festività, ho pensato sia a quanto deve essere costato al governo ammettere un'emergenza – molti insinuano che la Cina non sia del tutto trasparente sulla realtà dei fatti – sia quanto deve essere costato – e costare tutt'ora – ai semplici cittadini come noi, sottostare all'isolamento, alla chiusura delle scuole, alle limitazioni alla mobilità.

Proviamo a trasportare la medesima situazione qui: 23 dicembre, ore 18 locali, valigia pronta per prendere il volo/treno/bus che vi porterà a casa per le vacanze di Natale, dopo quattro mesi che siete lontani. Puf. Non si parte più. Non si gira più. Non si va a teatro. Non si va al cinema. Ikea chiusa. Starbucks chiuso. Mercato chiuso. Metropolitana chiusa. Niente palestra.

Non ho studiato abbastanza cinese da immaginare gli improperi che, molto onorevolmente sono sicura vengano indirizzati alla sorte, al coronavirus, ai pipistrelli o a chi per essi; però le parolacce italiane che volerebbero in un caso analogo, quelle sì, riesco ad immaginarmele. (Vedi caso dei turisti che per due giorni sono stati trattenuti sulla nave da crociera, per dar tempo di avere gli esiti dei test su due presunti casi di influenza, con corollario di proteste, esasperazioni e polemiche per la limitazione alle loro libertà. CVD).