mercoledì 29 luglio 2020

M. Maneggiare con cura

https://img.libraccio.it/images/9788858780275_0_170_0_75.jpgLa grafica di copertina rende visivamente l'idea dell'immagine che, durante la lettura del libro, si crea a poco a poco nella mente. 


Monumentale, massivo, manovratore, meschino, macho, miserabile... Lui.

La storia dell'avvento del Fascismo, a grandi linee, la conosco perchè la insegno ai ragazzi delle medie; e devo dire che i testi scolastici, tutto sommato, sono abbastanza precisi, per quanto sintetici.

Leggere questo romanzo mi ha aiutato a cucire tra loro gli avvenimenti, colmando i vuoti che, inevitabilmente, vengono creati dalla sintesi dei libri di scuola.

In questo sono fondamentali soprattutto i brani tratti da documenti storici – articoli di giornale, rapporti di polizia, telegrammi di autorità giudiziarie, stralci di discorsi - che fanno da coro alla narrazione. Il racconto si snoda focalizzandosi, di volta in volta, su vari personaggi. Molti sono collaboratori e fiancheggiatori di Mussolini; il suo braccio destro, gli scagnozzi violenti e truci che trasformano in atto quelle che potevano rimanere solo parole: Italo Balbo, Cesare Rossi, Amerigo Dùmini...

Poi c'è D'Annunzio, con tutta la sua retorica decadente e il sogno tenace e assurdo di risarcire l'Italia della vittoria mutilata con la presa di Fiume e la creazione della Repubblica del Carnaro.

Matteotti, cui Scurati dà una voce più mesta e tenace insieme: l'unico che abbia parlato e criticato e pungolato fino alla fine, fino a scatenare l'estrema violenza, sacrificando la vita personale e familiare alla sua passione per la politica onesta e trasparente. Con Matteotti, forse, si lascia quella imparzialità che l'autore dichiara: sono le parti in cui non si può fare a meno di sentire ammirazione, tristezza, umana compassione, filtrare dal racconto.

E, al centro di tutte queste voci, c'è lui, il figlio del fabbro che dalla miseria delle campagne romagnole, arriva alle stanze del potere.

C'è un grande sforzo di obiettività in questo scrivere e, in effetti, in alcuni punti vengono ricalcate le stesse parole dei documenti attorno ai quali viene costruito il capitolo che si sta leggendo. Le impressioni si formano da sole. La successione, ad esempio, di telegrammi che precedono la marcia su Roma, con contrappunto di articoli di giornale, successione che passa da una smentita quasi ilare di qualsiasi ipotesi di sovversione, per poi arrivare a constatare l'avvenuta presa di controllo dei centri nevralgici, è ridicola e tragica insieme e vale più di mille pagine di saggi storici.

Nonostante l'obiettività, la figura di Mussolini giganteggia, o almeno così è sembrato a me e capisco il rischio che questo libro possa essere molto apprezzato dai nostalgici del fascismo: in negativo, certo, rivelandosi trasformista, calcolatore, astuto e sfrontato, abilissimo con le parole (non per niente scrive sistematicamente articoli di giornale e discorsi che sanno blandire e sferzare al bisogno, infiammare gli animi, promettere e voltare elegatemente gabbana), ma comunque un regista d'eccezionale bravura.

Giganteggia, in negativo, e conferma l'idea che mi sono fatta studiando: sarebbe bello poterlo liquidare come un pazzo che ha condotto l'Italia alla rovina – come frettolosamente qualche mio studente fa - ma un pazzo non ha seguito. Al più viene deriso dal villaggio e lasciato solo ad abbaiare alla luna.

In questo caso, però, l'abbaiare di uno è entrato in risonanza con le voci di molti, ha pescato abilmente nel fondo melmoso di una società, di un momento storico caldissimo e caotico e ha saputo promettere sicurezza, ordine, anche grandezza. E molti, per paura, per desiderio di ordine, per interesse, per convinzione o costrizione, hanno risposto.

venerdì 17 luglio 2020

L'abbazia di re Artù

Quando si inizia la visita a San Galgano, una delle prime informazioni che si leggono sui pannelli espositivi, è la decisa presa di distanza da tutto ciò che ha a che fare con i miti arturiani.

Mi sono sentita un po' presa in castagna, perchè io ho convinto la famiglia tutta, un poco incerta su questa escursione, magnificando la bellezza suggestiva di una cattedrale gotica, che nasconde anche la spada nella roccia: non ne sono pentita, ha funzionato e lo rifarei.

Io, in particolare, desideravo vedere questo luogo per me, ormai, mitico: dopo averlo studiato sui libri, averne viste le fotografie non vedevo l'ora di passeggiare tra le navate aperte sul cielo.

Avevo il batticuore avvicinandomi in auto: il momento in cui l'immagine mentale - e sentimentale – di un posto, va a sovrapporsi al luogo reale, è sempre un azzardo, non sempre vincente.

Alla cattedrale ci si avvicina percorrendo un viale alberato; la mole dell'edificio quel giorno emergeva da una distesa di spighe e fiori di achillea, ombrelli bianchi che creavano come un mare argentato tutt'intorno.


Essendo mattino non troppo inoltrato, l'aria era piena di cinguettii e voli velocissimi di rondini, che tracciavano le loro traiettorie sui campi e rasente i muri.

E' stato come osservare un'immensa nave che si sia arenata in un mare verde e argento. La tentazione di sbirciare all'interno, attraverso la grata che protegge una delle porte delle navate laterali è fortissima, e fa solo venire voglia di entrare al più presto.


E' vero, non ci sono vetrate, giochi di luci colorate, rosoni o pale da ammirare, ma la nudità scoperchiata delle tre navate, dà un significato più completo a quello che si studia sui testi di storia dell'arte. Ti raccontano che il gotico, col suo slancio in altezza – reso possibile dai nuovi accorgimenti che, scaricando i pesi lungo i costoloni, i contrafforti e  le crociere delle volte, resero le pareti meri riempimenti - rappresenta fisicamente lo slancio dell'anima al cielo. Lo sguardo viene portato verso l'alto, così come le preghiere.

Il cielo, a san Galgano, non lo si deve immaginare: si offre allo sguardo ed è il naturale traguardo degli occhi, mentre si percorrono in lungo e in largo le navate. L'azzurro di smalto del cielo sostituisce le vetrate a piombo, di cui non si sente la mancanza. 
Qualche rondine attraversa l'intersezione dei bracci e la croce latina – che l'architettura finita avrebbe ricoperto di volte – qui è disegnata in celeste, attraversata da qualche ciuffo di nuvole: il Cielo non sembra così irraggiungibile e lontano, visto così.

Da una delle finestre laterali si intravede l'eremo di Montesiepi, cioè la vera dimora di San Galgano e della sua spada nella roccia. Si arriva all'eremo camminando lungo un sentiero ombreggiato, che sale il fianco della collinetta e costeggia dei bei vigneti.

Galgano Guidotti, giovane di famiglia nobile, dopo una vita “dissoluta” e dopo aver praticato il mestiere delle armi, fu guidato dal volere dell'arcangelo Michele – che apparve al giovane in diverse occasioni – verso Montesiepi. Fu il cavallo di Galgano a deviare dalla strada e a portarlo nel luogo in cui, a rinuncia della sua vita passata, conficcò la propria spada nella roccia e si consacrò ad una vita di preghiera. La sua fama di eremita e santo di diffuse velocemente – visse in preghiera solo undici  mesi, dopodichè morì di stenti, ma non prima di avere compiuto numerosi miracoli.

Dopo la sua morte (1181), venne eretto l'Eremo, in cui Galgano riposa, e che racchiude la spada nella roccia.

Che è effettivamente conficcata nella roccia; ed è l'unico corrispettivo reale di quanto viene narrato nei cicli bretoni (anche se lì la spada è infissa in un'incudine, che poggia su un masso ed è destinata ad essere estratta).

I rigorosi studiosi di cose ecclesiastiche non vogliono associazioni di sorta con re Artù e compagni, posso capirlo. Ma da appassionata di romanzi cavallereschi e delle avventure dei cavalieri della tavola rotonda, è molto suggestivo pensare che una eco di questa spada abbia viaggiato attraverso i racconti dei cantastorie, e le agiografie diffuse dai monaci, arrivando alle corti di Aquitania e, da qui, a quelle di Inghilterra. Chissà...

Mentre rimugino su queste illazioni, a visita ormai finita, mi cade l'occhio su un ragazzino, entrato nell'eremo con i genitori: se ne sta seduto su una panca e guarda un video sul cellulare, completamente indifferente a quello che ha intorno.

Lo rivedo all'uscita, camminare incerto, con lo guardo fisso sempre allo schermo, e inciampare sui gradini.

Forse ho fatto male a riempire la testa dei miei figli con le storie sull'abbazia, la spada e il cavalier Galgano (o Galvano), ma abbiamo fatto quattro passi in un mondo a metà tra la fiaba, la storia e il divino. Forse c'è il rischio di inciampare, stando a naso all'insù e testa tra le nuvole, ma mi pare decisamente un'alternativa migliore.

domenica 3 maggio 2020

Cose che... sul prima, durante e dopo

10 semplici consigli per risparmiare nella spesa | lecomari
Certe volte penso che si potrebbe idealmente tirare una riga al centro del foglio e scrivere, con bella calligrafia, il titolo di due colonne: Cose che facevo (potevo fare) prima. Cose che faccio/devo fare ora (e probabilmente farò per un bel po' di tempo.).
Quando guardiamo la televisione, o ascoltiamo la radio, non manca mai il messaggio istituzionale che ti ricorda cosa fare per combattere il virus. In casa, i miei figli, la chiamano la propaganda: implacabile, insistente, imposta, uniforme su tutte le reti, pubbliche e private.
Con l'effetto collaterale di spingerti a cambiare canale, come una pubblicità fastidiosa.
La presenza del virus ce l'hanno ben presente, e francamente dopo otto settimane in cui stanno reclusi, hanno capito di doversi lavare le mani o coprirsi la bocca quando starnutiscono; hanno capito di dover stare in casa e di dover usare mascherina e guanti quando escono. Hanno capito che non ci si capisce un granchè e che sarà una lunga convivenza.
Come se poi, nel prima, non avessimo già alcune delle abitudini che sembrano decisive in questo momento. Già, appunto; che abitudini avevo, prima del coronavirus, che adesso sarebbero così deleterie? O anche: cosa è cambiato e che nuove abitudini ho ora?
Mi sono messa a pensarci su e ne è emerso il seguente quadro.

LAVARSI LE MANI. Sorvoliamo sulle regole base: mi lavo sempre le mani prima di mettermi a cucinare, indipendetemente da cosa stessi facendo prima; mi lavo sempre le mani dopo esser stata alla toilette. Mi domando: prima del virus qualcuno passava direttamente dal water allo spritz o ai fornelli? A quanto pare, potrebbe...
In macchina ho sempre una confezione di salviette e quando risalgo dopo aver caricato le borse della spesa del supermercato, mi pulisco le mani, perchè ho toccato di tutto (magari due volte: una per mettere la spesa nel carrello e una seconda alla cassa, anzi tre, per poi mettere la merce nelle borse). Paranoia mia. Da adesso, però, guanti; ma questo non toglie che continuerò a lavarmi.
Tastiera del bancomat: ecco, non ho mai usato i guanti, ma di certo non mi sarebbe mai venuto in mente di mettermi le mani in bocca dopo aver digitato il tastierino.
D'ora in poi, ovviamente, guanti.

BUSTE DELLA SPESA. Non ho l'abitudine di appoggiare le borse che prima sono state nel carrello, poi nel baule della macchina, sul tavolo di cucina o, peggio, sui piani di lavoro. Non mi serve il coronavirus per decidere che sono sporche e non è il caso che entrino in contatto con le superfici su cui mangio o preparo da mangiare, ma gli ultimi servizi al tg, in cui ho ascoltato saggi consigli su come e dove mettere la spesa, mi fanno pensare che finora fosse solo una paranoia mia.

COLPI DI TOSSE, STARNUTI E ANNESSI. Notoriamente, prima del coronavirus, nessuno di noi cercava di schermare naso e bocca quando tossiva; così come nessuno di noi si è sfinito ad insegnare ai propri figli a mettersi una mano davanti alla bocca per tossire. 
Viceversa, non ci siamo mai formalizzati se il nostro interlocutore non si preoccupava di usare un fazzoletto, o non cercava almeno di girarsi di spalle, ma lasciava allegramente partire uno starnuto di fronte a noi. Giusto?
Per fortuna adesso c'è il coronavirus che ripristina un po' di bon ton, e ci costringe ad essere civili.

SCARPE. Altro illuminante servizio tg su come sia deleterio e foriero di possibile contagio non togliersi le scarpe in casa. Anche qui scopro altra paranoia di casa mia.
Senza arrivare alla consuetudine cui ci eravamo assuefatti in Cina – dove nell'ingresso metti a disposizione degli ospiti ciabatte di tela, perchè la prima cosa che si fa, arrivando a casa di qualcuno, sulla soglia, è togliersi le scarpe – da sempre giriamo scalzi o in ciabatte e la calzature stanno nell'ingresso. Solo a me fa senso l'idea di pestare in cucina con le scarpe che hanno solcato le strade?Insomma, il coronavirus sta rivoluzionando le regole dell'igiene casalinga, che erano in declino,a quanto pare.

SPESA AL SUPERMERCATO. Sorvoliamo sulle file all'ingresso, che nessuno di noi ha mai visto e che, credo, ci accompagneranno a lungo.
Così come una novità è la voce, gentile ma risoluta, che invita a non sostare nelle corsie e a far presto, per permettere ad altri di entrare.
Anche qui mi viene in aiuto il mio lato un po' orso: da sempre ho una tecnica per far velocemente la spesa e fare lo slalom velocemente tra le persone (cosa che, adesso, ha la conseguenza di far sì che io non intasi le corsie).
Parcheggio il carrello in un punto strategico, possibilmente fuori dal via vai delle persone, poi carico bracciate di prodotti e li deposito. Solitamente in tre o quattro tappe riesco a spuntare tutte le voci della lista e ad avviarmi alla cassa.
In tempi di necessità, questa tecnica mi aiuta, ma posso garantire che se anche le corsie non le intaso io, è sempre presente un esemplare di una specie che potremmo definire Bradipo casalingo (non importa se di genere maschile o femminile) così riconoscibile: andatura leggermente curva, coi gomiti poggiati alla barra del carrello, occhiale a metà naso per scorrere la lista della spesa, avanza lentissimamente, esattamente in mezzo alla corsia, in modo che non si passi ne' a destra ne' a sinistra, e scorre - a mo' di scanner - tutte le scaffalature, guardando e di qua e di là. Quando ne avvisto uno, l'unica è fare dietro front: nel tempo che impiego a finire la spesa, a malapena sarà arrivato in fondo alla prima corsia.
Insomma, il coronavirus non mi ha reso più tollerante o meno insofferente, ma nessuno è perfetto.


Siamo arrivati, però, alla nota dolente. Se una serie di accorgimenti e abitudini, sono abbastanza facili da adottare stabilmente – tanto in parte vanno a sovrapporsi ad abitudini pregresse o a pregresse manie – il distanziamento sociale è refrattario ad ogni sarcasmo.
E' il rospo più duro da digerire, perchè sono due parole che hanno il potere attrattivo di un buco nero. E come i buchi neri inghiottono tutto ciò che entra nella loro sfera.
Distanziarsi socialmente, dove non è possibile, implica il taglio di tante attività: scuola, lavoro, teatro, cinema, divertimenti, sport, concerti dal vivo... Tutto questo è diventato sinonimo di assembrarsi, perciò, interdetto.
Informatica e tecnologia, in parte suppliscono, ma di fatto viviamo sospesi, in attesa di... ri-prendere, re-incontrarci, ri-partire, ri-cominciare... e qui comincia la lista delle cose che NON facevo nel prima.

SCUOLA: capitolo a parte.

LIBRI: le biblioteche hanno chiuso (anche se manca pochissimo alla ripresa dei servizi di prestito) e ho ceduto al prestito digitale. Solo un'altra volta mi ero piegata all'ebook, perchè materialmente non potevo riempire valigie di libri; in questi due mesi, in cui leggere, ancora di più, era un'attività per me essenziale, ho fatto l'accesso al prestito digitale, anche se odio leggere dagli schermi. Più dell'onor potè il digiuno.

CAMMINARE: stop totale, ne ho già parlato. Gli stop, però, ti aiutano a capire cosa conta, e se una cosa ti manca, credo, allora conta veramente e vale la pena aspettare per tornare a farla (che, poi, a ben pensare, questo ragionamento vale anche per le persone, e la quarantena può essere illuminante). Sono reduce da una specie di camminata virtuale, in cui, sommando i km percorsi dai partecipanti all'iniziativa (ognuno rigorosamente a casa sua) siamo arrivati a 1316 km.
Ho aderito sentendomi un criceto in astinenza da ruota: non possiedo un tapis roulant, un balcone o un giardino e ho totalizzato 6km girando attorno al tavolo di sala (12 passi) e facendo avanti e indietro tra sala e cucina (22 passi). Alla fine, però, la soddisfazione di sentire le gambe pesanti è stata la stessa di quando rientro da una sgambata Vignola-Savignano e ritorno. Anche qui: Più dell'onor, potè il digiuno.

FAMIGLIA, AMICIZIE, INCONTRI IN GENERE: sospesi. I mezzi digitali non mancano e ci sono vari modi di tenersi in contatto.
Anche i nonni, chi più chi meno, si è digitalizzato e con la scusa di portare il pane o la spesa, visto che per fortuna, per ora si difendono, non sono rimasti isolati.
Però... però... questo tempo strano che ha sconvolto i ritmi e le conuetudini, ha un impatto diverso su di loro. Allora si cominciano a intravedere debolezze che avanzano, la fatica di adattarsi, persino il rifiuto di prendere atto della realtà o di sottostare a certe regole. Se anche la quarantena finirà, il tempo corre in avanti e, per i tuoi cari – così come per te – non torna indietro. E, virus o meno, le tappe della vita restano le stesse, anche se nel prima, nelle corse e negli impegni frenetici, potevi dimenticarlo o non pensarci. E questo resterà anche nel dopo, che piaccia o no.
Baci, abbracci, strette di mano... ogni contatto sconsigliato, anche tra familiari, soprattutto se c'è qualcuno che continua a lavorare e a incontrare persone diverse.
E mi sono scoperta, durante un film, o un documentario, a guardare le scene in cui si vedono tante persone – fiere, code per entrare ad una mostra, una stazione dei treni, - e a pensare: “Adesso non si può fare, e chissà per quanto”.
Perchè il cuore del prima e del dopo, per me, è questo: uscire e vedere lo scarto impercettibile di chi sto per incrociare, perchè entrambi, dietro le mascherine, abbiamo calcolato di mettere un po' di distanza tra noi.

sabato 11 aprile 2020

Di freni e camminate

Il lockdown ha significato lo stop delle mie camminate. Oddio, non solo mie, ma di tutti quelli che amano questa attività, assieme a tutti coloro che si muovo all'aperto, come ciclisti, corridori...
Quest'anno camminavo allenandomi per due obiettivi per me impegnativi: il Grande Trekking delle Apuane a Giugno (regalo a me stessa per la fine della scuola) e la Strafrancigena a Settembre (conto in sospeso dall'anno scorso, dopo l'annullamento per maltempo).
Nessuna delle due manifestazioni ci sarà quest'anno; tutto è congelato fino al 2021, quando potrò far valere le due iscrizioni.
Per allontanare la delusione – anche se me lo aspettavo – ho riprenotato l'alloggio, da qui a un anno, per il GT. Così, per provare un misero surrogato di adrenalina, ma molto annacquato dalla lontanza nel tempo.
E anche oggi, dopo la conferma della proroga del lockdown, magari inutilmente, ho aperto Booking, per studiare possibili prenotazioni per l'unica manifestazione che, prevista per fine settembre, non sia ancora stata annullata.
Qualcuno diceva che non si deve riandare al tempo felice, quando si vive un tempo non felice;
può essere pericoloso, oggi diremmo deprimente.
Fra qualche settimana, forse, cambierò idea, ma adesso mi fa piacere ripensare alle camminate che ho fatto, alla scoperta di una attività che mi fa sentire a totale mio agio.
Cominciare a camminare è stato come aprire un cassetto chiuso da tempo e trovarci dentro un oggetto dimenticato. Con una definizione molto meno poetica, camminare è stata un po' la mia “Crisi di mezza età”: riscoprire un interesse e decidere che aveva aspettato abbastanza, senza essere soddifsfatto.
Mi piace pensare che sia stato un riappropriarmi di qualcosa di mio.
So anche quando è cominciata: esattamente nel 2015, il giorno in cui ho scoperto per puro caso dell'esistenza delle maratone (42, 195 km di rigoroso cammino) sulla via Francigena.
Era un pomeriggio di maggio, in cui, al termine di una sessione di correzioni verifiche, avevo spento il cervello e vagavo su Internet. Di link in link sono capitata sul sito della manifestazione... ormai troppo tardi per partecipare a quella edizione, ma in tempo per decidere che avrei partecipato all'edizione 2016: oltretutto cadeva esattamente il giorno del mio compleanno. Più destino di così.
E da lì ho cominciato. Da tapasciona autodidatta; guardata un po' con diffidenza in casa, ma determinata al punto da essere disposta a fare tutto da sola.
Alla vigilia della partenza per Acquapendente, una collega ebbe pietà di me e mi accompagnò, senza partecipare, ma aspettandomi all'arrivo (per paura di schiattare feci solo metà percorso, pentendomi).
Ho un ricordo speciale di quella giornata, perchè ho fatto tutto quanto il percoso con un signore di Milano: io compivo 45 anni, lui 50. Aveva trovato da dormire all'ultimo grazie all'interessamento del sindaco di Acquapendente. Nessuno dei suoi amici si era dato disponibile a seguirlo nell'impresa. Erano mesi che andava al lavoro a piedi, camminando dieci chilometri tutti i giorni e di lì a poco lui e la moglie avrebbero avuto in affidamento un ragazzo.
Così ho scoperto che la voglia di fare cose nuove, non era mia prerogativa e che nel club della mezza età ci sono persone interessanti - e squinternate almeno quanto me.
A distanza di qualche anno, se ancora cammino e programmo, è perchè ho scoperto che i momenti in cui marcio, e faccio salite, e mi concentro solo sul mettere un piede davanti all'altro, mi servono per staccare, per prendere le misure di quello che mi succede, per dare aria al cervello e farlo uscire da giri viziosi di pensieri e rimuginamenti.
Adesso che tutto è fermo, che so che dovrò riprendere il fiato e la resistenza per affrontare le salite, sono contenta di una cosa: non mi sono lasciata fermare da scrupoli o paure. Quello che volevo fare l'ho fatto; alcuni dei sentieri che desideravo percorrere, li ho percorsi.
Non è stato facile nella vita di prima, fatta di scuola, figli, famiglia e impegni vari, incastrare il tempo per allenarsi e ritagliarsi le occasioni per partecipare a uscite e camminate. Sono state scelte e centellinate, ma per questo ancora più apprezzate. A volte hanno creato frizioni; a volte qualche impegno familiare mi ha fatto rinunciare.
Ma queste rinunce non fanno testo; perchè non sono state dettate da paure o sensi di colpa (potenzialmente indotti da quesiti del tipo “Ma … non ho capito, perchè vuoi andare? Fare? Che bisogno c'è?”).
Ecco: ripensare alle camminate passate è bello, perchè le ho fatte. E non ho il rimpianto di essermi frenata, per poi scoprire di aver perso un'occasione. Non ho il rimpianto di aver sprecato tempo.
Il freno è arrivato, e non l'ho scelto e comincio ad avere la sensazione di perdere tempo. “Perdere” non nel senso di buttare, perchè sto cercando di mettere a frutto anche questa quarantena, di fare in modo di imparare qualcosa di nuovo, comunque e nonostante tutto. Molto banalmente – e forse riaffiora la “crisi di mezza età” - perdere nel senso che il tempo di oggi, per me, non sarò quello del prossimo anno. Ho la percezione che non sarà scontato che io riesca semplicemente a tirare fuori dal cassetto l'iscrizione al Grande Trekking sulle Apuane, per poi percorrere 36 km e 1000 m di dislivello.
Me lo dice il ginocchio, che ogni tanto si fa sentire quando faccio ginnastica.
Me lo dicono i muscoli che impiegano più tempo ad allungarsi e si irrigidiscono più velocemente, quando sto ferma. 
Tanti piccoli campanelli... 
Farò finta di non ascoltare.
Chissà se funziona?

domenica 22 marzo 2020

Dittatura o democrazia. E' questo il problema?

Ci sono alcune frasi ricorrenti in queste settimane di epidemia e misure di contenimento:
Siamo in guerra”. “Siamo sotto assedio”.

Sì, nei momenti di sconforto mi sento sotto assedio - guerre e assedi li ho studiati solo sui libri e adesso la sensazione che, da un momento all'altro, le difese possano cadere è molto forte.
Ascoltare il telegiornale, dopo le 18.00, o leggere il resoconto della Protezione Civile è come scorrere un bollettino di guerra: non ci sono nomi, ma i numeri parlano, crescono continuamente.
Le immagini dei veicoli militari che escono da Bergamo, carichi di bare, lasciano senza parole e con un groppo in gola.
Ci sono anche, soprattutto quando si circola sui social, invocazioni al controllo, all'ordine, all'uso dell'esercito, in un'escalation che immancabilmente, porta qualcuno a dire “Certo in Cina ce l'hanno fatta: hanno la dittatura”.
Oppure, viceversa, quando si illustrano i posti di blocco, i controlli, le sanzioni, si insinua che si sia imboccata la china della dittatura, che mina la libertà di circolazione dei cittadini.
Se si segue il ragionamento, allora, l'Italia, in quanto democratica, è destinata a veder fallire tutte queste misure restrittive. In altre parole, noi saremmo strutturalmente incapaci di seguire una regola, perchè democratici?
In democrazia non si riescono ad applicare le regole, dato che ogni provvedimento che limita le libertà sarebbe antidemocratico?
Cosa mi irrita di questo ragionamento? Cosa c'è che mi sfugge e non funziona?
Non riuscivo a capirlo.
Ho visto anche io i numeri dei controlli e delle sanzioni effettuate: il che vuol dire che, per quanto la situazione sia critica, c'è chi non si sente in dovere di rispettare le imposizioni.
Sorpresa: non è che in Cina le regole si rispettino perchè sono una dittatura. Chi pronuncia la frase fatidica lo fa sottintendendo che il Governo ha potuto mettere in atto provvedimenti anche violenti, estremamente lesivi della libertà personale (circolano video di persone letteralmente caricate di peso dalle autorità, dopo essere state sorprese all'aperto, e confinate in campi di quarantena). E noi dovremmo invidiare questo?
I meccanismi che portano a trasgredire i divieti – soprattutto sull'onda del panico – sono gli stessi ovunque; le immagini dei treni parigini, presi d'assalto dopo l'annuncio del lockdown, non sono molto diverse da quelle della stazione di Milano o di altre città del Nord Italia negli ultimi due weekend.
Per spostarsi su un terreno “pacifico”, senza tirare in ballo il Coronavirus: il rispetto della fila non è un optional solo in Italia. Quando vivevo in Cina, avevo imparato a non lasciare mai troppo spazio davanti a me, ad esempio, al supermercato, perchè se no qualcuno si infilava subito. In questo non mi sentivo discriminata come straniera; era un uso comune e il bello era che nessuno litigava o protestava.
Nei musei capitava che i guardiani dovessero riprendere i visitatori, perchè salatavano le transenne messe a regolamentare gli accessi, oppure a protezione di certi manufatti.
Da noi, in Italia, si dice che siamo indisciplinati, o peggio delinquiamo, perchè nessuno controlla e punisce. In Cina c'erano controlli e punizioni, però c'erano lo stesso trasgressori. Quindi?
Io penso che, mettendo da parte i metodi dittatoriali utilizzati, di cui probabilmente non conosceremo mai l'esatta portata – e che francamente non credo siano da invidiare – non consideriamo una caratteristica dei cinesi, che ho percepito molto chiaramente e che deriva loro dalla educazione familiare/governativa (se così vogliamo chiamarla): vengono cresciuti nell'idea che tu debba compiere il proprio dovere, nei confronti della famiglia e dello Stato. Sei un bravo figlio, un bravo lavoratore, un bravo studente, un bravo cittadino e questo reca onore ai tuoi e allo Stato, che tu, così, ricambi per le cure ricevute. Quando penso a cosa può averli sostenuti nella loro battaglia contro il virus, voglio pensare che entri anche questo fattore distintivo.
E noi? Noi che invochiamo la dittatura e consideriamo debole la nostra democrazia, quale è la nostra caratteristica come italiani (a parte la retorica del grande popolo, creativo, artistico etc...)?
Credo che, purtroppo, siamo ignoranti o di memoria corta. D'altra parte, c'è anche rimedio.
Innanzitutto, siamo una democrazia, sì, ma ce lo ricordiamo solo quando dobbiamo invocare i nostri diritti. Giustissimo. Se, però, facciamo uno sforzo di memoria, ricorderemo che questi diritti sono elencati nella Costituzione, che, però, guarda caso, contiene anche i nostri doveri.
La cosa meravigliosa di questo documento è che, nonostante sia stato scritto più di sett'antanni fa, funziona anche in tempi di coronavirus e chi teme il ritorno della dittatura - o al contrario la invoca – dovrebbe rileggersi l'articolo 16:

Ogni cittadino puo` circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanita` o di sicurezza. Nessuna restrizione puo` essere determinata da ragioni politiche”.

Fine. Non è un italiano difficile da capire, ci siamo dentro, tutti, adesso. E lì c'è scritto un DOVERE, poco retorico ma fondamentale in un momento come questo: il DOVERE di rispettare quanto stabilito per motivi di sicurezza e sanità. (Oltre al diritto, da parte dello Stato, di controllare e sanzionare e limitare, nel caso in cui...).
Quando si studiano le guerre mondiali si spiega ai ragazzi cosa sia il fronte interno, cioè la “linea di combattimento” rappresentata dai civili che, con le loro mille mansioni e resistenze, contribuivano alla riuscita della guerra: fabbriche, coltivazioni, rifornimenti, la posta, la sanità, i prestiti, le lettere ai soldati, le calze... Nel frattempo i soldati combattevano in prima linea, o in trincea.
In “trincea”, oggi, ci sono i medici, gli infermieri, i sanitari in genere, le forze dell'ordine, i farmacisti, gli autisti delle ambulanze...
Il cittadino medio come me, come i miei figli, come tutti quelli che se ne stanno chiusi in casa, formano il “fronte interno”, meno d'effetto di un hashtag, più duro da portare avanti.
Ecco cosa non funziona e perchè mi rifiuto di seguire il ragionamento: ci dimentichiamo che la democrazia è a doppio senso. Non possiamo pretendere solo  diritti.
Abbiamo anche dei doveri e chi li ha previsti, aveva la grande certezza che non dovessero più servire i manganelli, perchè tutti si facesse la nostra parte.